Rassegna Stampa
sulla celebrazione della “Festa del Perdono”
al Circo Massimo
durante la XV GMG (16-18 agosto 2000)

a cura di  Pietro Moggi

12 agosto 2000

Il primo posto – in ordine strettamente temporale – tra le citazioni spetta a “La Stampa”, con un articolo a firma di Francesco Grignetti, tutto proteso a sottolineare i contenuti “spettacolari” dell’evento del Circo Massimo, a cominciare dal titolo su tre colonne Mega-confessionale al Circo Massimo sotto il titoletto che richiama un altro “spettacolo” svoltosi nello stesso luogo “Nell’arena resa celebre dal film «Ben Hur»”: “Tra via dei Cerchi e le Terme di Caracalla, dal 16 al 18 agosto, dalle sette a mezzanotte, sarà di scena la ciclopica Festa del Perdono. Si annuncia infatti una manifestazione-monstre che il mondo osserverà stupito: duemila sacerdoti confesseranno i pellegrini a ciclo continuo (sono garantite trentadue lingue), duecento volontari si alterneranno per indirizzare i giovani scesi a Roma, trecento confessionali verranno ricavati sotto gazebo e ombrelloni di tela bianca, un maxi-ristorante (160 padelle, da duecento porzioni l’una, in azione contemporaneamente) funzionerà nel verde di Caracalla. Verranno celebrate quattro Messe internazionali durante ogni giorno (con le Letture in più lingue) nella conca infuocata del Circo Massimo, e alla fine, tutte le sere, Adorazione della Croce”.

Dopo aver citato la presentazione che appare sul sito Internet: Il sacramento della riconciliazione verrà celebrato in forma «giovane»…, sottolinea ancora: “Sarà ricordata anche per questa gigantesca celebrazione «en plein air» insomma la Giornata Mondiale della Gioventù di Roma”.

La conclusione presenta, come controaltare delle premesse “grandiose” citate all’inizio, alcuni motivi di preoccupazione: “C’è un filo di inquietudine, però, che si coglie tra gli organizzatori. Come reagiranno i ragazzi all’invito di confessarsi in massa e in pubblico? Eloquenti sono le cosiddette «Domande frequenti» che il sito Internet espone alla riflessione di tutti. Un botta e risposta su tutti: «Vi sembra opportuno inserire durante la GMG una cosa così ‘sorpassata’ come la Confessione? Da anni,ormai, nella mia parrocchia si confessano solo i più vecchi…». Risposta: «Credo che a un giovane pellegrino in cerca della propria vocazione 300 confessionali possano fare sorgere qualche dubbio sul valore di questo sacramento. Mancare nell’amore… accorgersene… chiedere perdono per ricominciare con il cuore nuovo… non mi sembrano azioni legate all’età, ma comportamenti del cuore»”.

14 agosto 2000

La presentazione della “Festa del perdono” appare su “Il Messaggero”, in un pezzo titolato “Tutti i peccati finiscono a Roma”, a firma di Maria Lombardi. Oltre all’accostamento del luogo ad altri eventi del lontano passato (le corse delle bighe) e della cronaca recente (il “Gay Pride”), si parla dell’evento arricchendolo soprattutto con qualche preoccupazione sulla “privacy”: “Una confessione di massa, forse la più grande che la chiesa ricordi. I pellegrini si troveranno a parlare dei loro peccati gomito a gomito, non nella penombra e nel silenzio di una chiesa, ma nel frastuono e nella polvere del Circo Massimo”.

16 agosto 2000

L’onore del primo “réportage” dal Circo Massimo spetta a “La Repubblica(“Duemila sacerdoti per confessare i giovani”), che raccoglie le impressioni a caldo di alcuni di questi duemila confessori: “…ascoltare i racconti di alcuni di questi religiosi è come leggere un grande sondaggio su come è mutato, nel tempo, il senso del peccato, su come i giovani cristiani interpretano la morale, le regole, i precetti. Quasi nessuno confessa rapporti prematrimoniali o l'uso di contraccettivi, pochi sono sensibili a peccati sociali come raccomandazioni o evasione fiscale. I sensi di colpa compaiono sul poco tempo dedicato ai figli dalle giovani madri-lavoratrici o dal senso di inadeguatezza che assilla i giovanissimi genitori. Pochi percepiscono l'immoralità devastante delle pasticche che girano nelle discoteche. La morale cattolica sulla sessualità è nota, ma poco praticata e non vissuta con sensi di colpa, raccontano cinque dei 2000 religiosi: il professore salesiano Giuseppe Costa, padre Wojciech Ziolek, assistente di universitari polacchi, monsignor Luis Bambaren, vescovo peruviano, padre Alfredo Feretti, responsabile dei grandi eventi della GMG e padre Carlo Sorbi, gesuita tra i ragazzi di Secondigliano. «Sui rapporti prematrimoniali o sulla chiusura alla procreazione - afferma padre Costa - i ragazzi sembrano avere un loro equilibrio, li percepiscono come un fatto privato e non li vivono con sensi di colpa». «Se prima il nesso tra Dio e morale era forte - spiega padre Feretti - in una società scristianizzata non lo è più, vige la morale del fai-da-te. In questa situazione il confessore più che imporre norme cerca di invitare all'incontro con Cristo, sperando che da questo scaturisca il senso di tutto il resto». «E' un'impostazione più evangelica e più efficace con i ragazzi - prosegue - ma resta il fatto che una società senza norme si può disgregare facilmente»".

L’agenzia della CNN-Italia riporta invece (“Confessioni di massa per seicentomila ragazzi”) alcune delle prime testimonianze dei giovani penitenti: “Nella seconda giornata mondiale della Gioventù, migliaia di ragazzi provenienti da 160 Paesi affollano da questa mattina il Circo Massimo per confessarsi nelle 300 tende allestite dalla Chiesa sotto il sole di agosto di una capitale che pullula di giovani pellegrini. Dopo il bagno di folla con cui papa Giovanni Paolo II ha inaugurato ieri il Giubileo dei giovani, la «Festa del Perdono» celebra fino a venerdì uno dei sacramenti più difficili della Chiesa cattolica, la confessione o sacramento della riconciliazione. Duemila i sacerdoti impegnati a confessare in 23 lingue, nell'area dove gli antichi romani celebravano le corse dei cavalli e dove secondo la leggenda avvenne il ratto delle Sabine. Tra chi aspetta di confessarsi c'era Fijona, che ha 17 anni e viene da Cork, in Irlanda. «Non mi confesso tanto spesso - spiega - però mi fa piacere farlo qui, in questa occasione, mi fa sentire più partecipe alla vita della Chiesa». John, che ha 20 anni e viene da Glasgow, invece si è già confessato da un giovane sacerdote. «Era uno in gamba - racconta - in genere non mi fa piacere confessarmi con uno sconosciuto perché ho sempre paura di trovare il tipo inquisitivo che ti fa mille domande, invece oggi mi sono trovato bene». «Per anni non mi sono confessata - riferisce Elisabeth che ha 25 anni e viene da Lione - ma da un po' di tempo ho riscoperto questo sacramento, così mi fa piacere confessarmi anche qui a Roma, anche se ora non è più un problema dove e come confessarsi»”. L’agenzia conclude con qualche nota “di colore”: “I confessionali sono delle grandi tende a cupola, all'interno di ognuna ci sono 24 angoli per celebrare il sacramento. Un separé, una sedia per il sacerdote, mentre il penitente può scegliere tra l'inginocchiatoio o il sedile. Tenda, sedie e separé sono bianchi, come anche i sai dei confessori, alcuni dei quali indossano anche la stola viola… La zona dei confessionali è molto affollata e sotto alcune tende tutti i confessori sono impegnati; altre tende sono invece meno frequentate e i sacerdoti passano il tempo leggendo”.

17 agosto 2000

L’evento “buca” la stampa.

I principali giornali nazionali non possono fare a meno di registrare quanto accade al Circo Massimo.

Gli aspetti che sembrano interessare maggiormente, o suscitare la principale curiosità dei nostri mezzi di comunicazione,  sono i “peccati” confessati dai giovani, con una particolare attenzione – naturalmente – per quanto riguarda il sesso. “Chiedono perdono per intolleranza e infedeltà. Ma il sesso non è più peccato”, titola il “Corriere della Sera”; “Il vero peccato? L’egoismo, non il sesso”, canta in coro “Il Messaggero”; mentre qualche altra testata – più di provincia – si limita ad osservare: “Cambia il senso del proibito per i ragazzi del Giubileo” (“Il Mattino”), oppure semplicemente: “Pure i peccati sono cambiati” (“Il Giornale di Vicenza”).

Diverse le testimonianze citate a riprova della tesi: giovani penitenti, confessori, anche teologi…

In prima linea è ancora il “Corriere della Sera”, con un servizio firmato da Corrado Ruggeri: “…il mondo cattolico cambia e se i comandamenti restano sempre gli stessi, si modifica il senso del peccato. Il sesso, ad esempio. Ancora Gabriella (23 anni, di Biella): «Deve scomparire questa sciocca idea che i giovani cattolici non abbiano una vita sessuale. Certo che l’abbiamo, ma fondata su valori alti». E allora il sesso non si confessa? «Nessuno mi ha parlato di peccati di erotismo – dice don Lorenzo, parroco di Castellaneta, provincia di Taranto -. Forse siamo anche noi a non insistere su questo argomento, ma nessun giovane delle decine che abbiamo ascoltato ha mai neppure accennato al sesso». Sono altri i problemi che affannano l’animo dei ragazzi di oggi. A chiedere quale ritengono il peccato più grave, rispondono: «l’indifferenza», «l’egoismo», «l’intolleranza», «l’infedeltà». Non mostrano molta sensibilità per quelle che la Chiesa aveva indicato come le «nuove colpe»: la disattenzione per l’ambiente o la furbizia nel non pagar le tasse…”. Un articolo, sullo stesso tema di fondo, ma molto più “colorato” è quello di Maria Novella De Luca su “La Repubblica” (“Il mea culpa di massa dei teen ager di Dio”); vale la pena di coglierne solo qualche “fiore”. “La via del mea culpa è un’infinita distesa di gazebi bianchi dove è possibile «lavarsi il cuore» dalle sette del mattino a mezzanotte… Il peccato. Il senso di colpa. Categorie forti e care alla dottrina cattolica. Ma i teen-ager di Dio in bermuda e Nike, abbracciati sui prati sterrati dell’antico anfiteatro romano, sovvertono la tavola delle leggi del buon cristiano… sono tifosi della fede, supporter di Wojtyla, ma dicono chiaro che per loro, cattolici del terzo millennio, fare l’amore fuori dal matrimonio non è infrangere le regole, così usare la pillola e il condom, così anche ogni tanto abusare di droga ed alcol, purché subito si ritrovi la strada giusta” (per uno strano refuso, tutta quest’ultima frase è ripetuta due volte…). Ma non basta, passiamo alle testimonianze scelte con cura dalla giornalista. Teresa (18 anni): “…Sì, certo, i dieci comandamenti sono ancora il riferimento, un ideale di purezza a cui chi ha fede cerca di avvicinarsi… Però per me non è un peccato fare l’amore con il mio ragazzo, noi ci vorremmo sposare…”. Angela (la più giovane del gruppo): “Non credo che ci siano delle cose proibite e delle cose lecite. Il sesso ad esempio. Credo che sia peccato quando si fa con un ragazzo che magari hai conosciuto due ore prima in discoteca, perché questo è buttarsi via… Lo so, il Papa condanna i rapporti prematrimoniali, ma la mia preghiera è forte lo stesso, penso che essere cristiani sia anche seguire Gesù con libertà”. Francesco (guardia forestale): “Per me essere cristiano è proteggere quello che mi circonda, dall’ambiente, al pianeta, alle persone che amo, ai poveri. Infrangere i dieci comandamenti è spendere troppo, è comprare i palloni cuciti dai bambini indiani… Vado in discoteca, vado anche ai rave, e mi è capitato di cadere, di prendere droga ad esempio. Ne ho parlato in confessione e mi sono sentito accolto, nessuno mi giudicava per il mio comportamento, ma il ‘farsi male’ è un insulto alla cosa più preziosa che abbiamo, cioè la vita…”. La curiosità della giornalista è evidentemente soddisfatta e può concludere il pezzo con qualche altro tocco di colore: “E il sacerdote-confessore oltre ad impartire l’assoluzione (che su molte facce riporta il sorriso) si trasforma in sciamano, in dottore delle anime… Il Circo Massimo è una nuvola di incenso. I teen ager di Wojtyla continuano a raccontare il buio e la luce dei loro cuori. Duemila sacerdoti ripetono: Ti assolvo nel nome di Dio…”.

Da sinistra e da destra la musica non cambia. Torna sugli stessi temi anche “Il Tempo”: “In 250 mila ieri hanno celebrato in questo «maxi confessionale» la Festa del Perdono. Tra i peccati più confessati quelli riguardo il rapporto madre-figli, il poco tempo loro dedicato, l’inadeguatezza dei genitori, l’incomprensione, la mancanza di dialogo. Non vengono mai confessati sia i rapporti prematrimoniali, considerati «normali», sia l’uso di contraccettivi”. L’intervistato di turno è uno dei confessori, un francescano. Padre Marcello: “Questo succede… perché si considera l’atto sessuale come un passo normale per la vita della coppia, come se fosse indispensabile per lo sviluppo del proprio fidanzamento”.

Tutto sommato, la più equilibrata appare la cronista (Maria Lombardi) de  “Il Messaggero”, la quale, pur chiedendosi come gli altri: “Di cosa si pentono questi giovani della GMG…” e pur sottolineando anche lei: “Il sesso? Si fa e non se ne parla, almeno in confessione”, si preoccupa di raccogliere le testimonianze non da una sola parte, ma di offrire uno spaccato più completo di questa gioventù penitente, accorgendosi che: “ci sono anche, e non sono pochi, quelli che vivono fino in fondo l’essere credenti”, come Jessica: “Sono fidanzata da un anno e mezzo, ma sono casta. Io e il mio ragazzo abbiamo fatto il voto. Faremo l’amore solo dopo il matrimonio. “Il Messaggero” riporta nella stessa pagina un’intervista al teologo padre Silvano Maggiani (“La coscienza della colpa è cambiata”), il quale spiega: “Oggi assistiamo ad un allargamento della coscienza del peccato. Non più concentrata sul sesto e sul nono comandamento… Non più solo l’abuso del sesso, ma anche di altro genere, da quello del fumo, del bere alla distruzione dei tesori della natura e al cattivo uso del denaro come i peccati pecuniari e bancari…”. L’articolo cerca di fare anche qualche considerazione sulla “crisi” del sacramento della riconciliazione: “Questo sacramento, che ha subito un vero tracollo nella pratica, sia perché un numero sempre minore di sacerdoti vi si dedica, sia perché è invalso un atteggiamento in contrasto con la fede cattolica, con una sorta di «fai-da-te» assolutorio, ha registrato dopo il Concilio Vaticano II anche un altro mutamento di prospettiva… «Non più tanto la confessione dei peccati, ma la fede in Dio che è più grande dei nostri peccati, confessati nella loro essenza, soprattutto quelli gravi»”.

Le testate di estrema sinistra non si avventurano in analisi ardite, ma si limitano alla cronaca (dal loro punto di vista). “Liberazione”: “Transennato, guardato a vista dai volontari in maglia blu, ecco il percorso «sacro», quello della Penitenza Collettiva, quello della Grande Preghiera. Sotto cupole di plastica bianca, ecco un chilometro fitto di angusti stand bianchi e ombrosi, ognuno completo di piccola croce, stola viola, improvvisato inginocchiatoio e sacerdote-confessore in abito candido, pronto ad ascoltare e assolvere i giovani peccatori pellegrini, giunti appositamente sino a lui da chissà dove. Un chilometro di punti-confessionali, uno dietro l’altro proprio come alla Fiera di Milano, nel suo genere un kolossal degno di «Ben Hur» e uno strepitoso successo. Peccatori incalliti? Già, dalle sette di mattina, 16 agosto, lo spazio penitenza e confessione è preso d’assalto, i giovani in fila attendono sotto il primo sole il loro turno di inginocchiarsi davanti al prete vestito di bianco: sussurri, capo chino, segno di croce, i grandi pannelli blu che delimitano le grandi pagode recitano in tutte le lingue del mondo (la confessione qui è possibile farla in almeno 40 idiomi, mica si scherza) una sola frase, piuttosto sibillina: «Fissatolo lo amò», mah”. Appunto, mah.

I redattori del “Manifesto” intervengono con un pezzo a firma di Giorgio Salvetti, intitolato “Ordinati peccati di gioventù”: …Prima di inginocchiarsi davanti al prete è possibile svolgere un «rito di preparazione», anch’esso tenuto dai volontari. Consiste nella lettura di alcuni passi del Vangelo contenuti nel breviario del pellegrino. La preparazione inizia con la lettura del brano del «Giovane ricco», che comprende le parole «fissatolo lo amò». Queste costituiscono lo slogan del rito della confessione e campeggiano scritte in tutte le lingue all’ingresso di ogni tenda. Segue un vero e proprio test per comprendere il proprio livello di fede: il pellegrino legge alcuni brani che fotografano i diversi gradi di fede possibili, disposti in ordine crescente fino a che non individua in quale delle situazioni proposte si riconosce. Il volontario, un ragazzo come tanti – scurissimi occhiali da sole – tenta di spiegare in modo più o meno confuso il senso di ciò che si sta facendo. Lui dice di essere a livello 4 su 5, e più precisamente alla «situazione» che viene raccontata nel capitoletto dal titolo «Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli». Non si tratta di spiegare e di capire, ma di condividere e commuoversi. Al prete che gli sta accanto confida: «Hai visto? Quella signora dopo la confessione ha pianto…»”.

E’ ancora una volta la cronista de “Il Messaggero” a dare l’impressione di aver cercato di cogliere meglio gli atti ed i significati della “Festa del Perdono”. Ecco l’ultima parte del suo articolo: “Si parlano quasi tutte le lingue del mondo sotto i tredici tendoni, ciascuno dei quali ripara dal sole 24 confessionali disposti a semicerchio. Molte più delle 32 lingue previste. «Ci hanno chiesto anche di parlare in swaili», racconta don Luca Ferrari, responsabile del servizio confessioni. Dalle 7 della mattina fino a mezzanotte, ancora oggi e domani, duemila sacerdoti si alterneranno per ascoltare i pellegrini. «Siamo entusiasti, sta andando benissimo, contiamo di riuscire a confessare 25mila giovani in tutto», aggiunge don Luca che al Circo Massimo ha «rivoluzionato» il rito della confessione. «Solitamente il sacramento della riconciliazione è vissuto in una dimensione privata e il sacerdote è l’unica figura che media tra il fedele e Dio. In questa festa collettiva, invece, i ragazzi si fanno ministri insieme ai sacerdoti, accolgono i pellegrini, li ascoltano e li accompagnano in questo percorso alla fine del quale c’è una scelta». Dopo l’assoluzione, non si recita più «L’atto di dolore», «per i giovani non va bene», spiega don Luca, ma la «Preghiera del penitente». Ai pellegrini che si avvicinano alle tende bianche, i ragazzi del servizio confessioni per prima cosa fanno leggere un passo del Vangelo secondo Marco. Racconta dell’incontro tra il ricco e Gesù. Il ricco chiede cosa deve fare per avere la vita eterna. Gesù «fissatolo, lo amò» e gli disse di dare tutti i suoi beni ai poveri e seguirlo. Ma il ricco non lo fece. «Ecco, i ragazzi alla fine del nostro percorso possono scegliere se accogliere Gesù o fare come il ricco, consapevoli però di quello sguardo»”.

A conclusione della giornata, appare bella e significativa la chiusura del pezzo del “Corriere della Sera”: “Mi ha colpito un ragazzo – si lascia andare don Ivo, dopo sei ore di ascolto -, mi ha detto: «Padre, sono felice. Pensavo di essere l’unico pazzo a credere, a casa avevo paura perfino di farmi vedere mentre pregavo. Finalmente ho capito che non sono solo». La forza di scegliere Gesù gli ha fatto trovare coraggio. l’ho benedetto e mi sono commosso”.

* * * * *

Particolarmente interessante è il resoconto pubblicato dall’Agenzia ZENIT giovedì 17 agosto, con il titoloRome, capitale universelle de la réconciliation”. Ne riportiamo una nostra traduzione dal francese.

Roma sta diventando la capitale mondiale della riconciliazione: forse non ci saranno mai state tante confessioni in così poco tempo in una stessa città. E sono dei giovani che, al Circo Massimo, preparano i giovani al sacramento della riconciliazione: circa 20.000 confessioni al giorno soltanto in questo luogo.

Il Circo romano al servizio della pace

Il Circo romano si distende nella depressione che separa il torrido Palatino dei palazzi imperiali dal pacifico Aventino incoronato di chiese: le basiliche di Santa Sabina, Sant’Alessio, Sant’Anselmo… I 312 confessionali vi sono installati sotto 13 tende (simili ai 780 “gazebo” bianchi al servizio della GMG in tutta la città ed a Tor Vergata) che ne ospitano 24 ciascuna. Uno spazio è riservato alla venerazione della Croce. Circa 1200 sacerdoti si sono dati il cambio ieri, e 1600 oggi, per confessare ciascuno da 10 a 20 giovani. Alcuni sacerdoti hanno confessato da 8 a 10 ore. Ce n’erano in qualche momento 500 presenti contemporaneamente, quindi anche in piedi fuori dalle tende e seduti ovunque possibile.

In occasione della GMG, questi sacerdoti hanno ricevuto la facoltà di assolvere i peccati ordinariamente riservata al vescovo. Don Luca, che coordina il buon svolgimento di questa manifestazione unica, riceve lui stesso sul suo portatile degli appelli di giovani che avevano ormai smesso di frequentare la confessione. Dei pesanti fardelli da scaricare. “Lo Spirito Santo è all’opera”, constata don Luca che aggiunge: “lo straordinario non è la quantità, ma la qualità, l’intensità dell’esperienza spirituale.”  Si è nel Giubileo al 100 per cento.

I giovani preparano i giovani

Ma una delle novità più toccanti di questa GMG è certamente il servizio che i giovani volontari di Sassuolo (diocesi di Reggio Emilia, provincia di Modena) si sono preparati per tutto l’anno ad assumere (in effetti da 3 anni, per qualcuno): la preparazione di altri giovani al sacramento della confessione. Sotto la guida di Don Luca, che vede in questa preparazione individuale, una vera “rampa di lancio”.

Tutto comincia con un’accoglienza personale, spiega Don Luca a Zenit: questo avviene con un sorriso, una stretta di mano. Poi il dialogo per afferrare meglio “chi” è il giovane che vorrebbe fare questo cammino di riconciliazione. Ma questo, in modo molto “naturale”, sottolinea. Si tratta di aiutare i giovani ad avere un “cuore aperto” all’ascolto della parola del Vangelo. Il Vangelo scelto è quello del giovane ricco. Il giovane volontario ne legge un passo al suo compagno. Gli fa capire: “Il Vangelo parla di te. Di te e di Gesù. Gesù che  guardate, come ha posato il suo sguardo pieno d’amore su quel giovane”. E’ il momento, spiega Don Luca, di “mettere il giovane davanti alle sue responsabilità: ‘Dio ti ama come sei. Tu puoi prendere la via del giovane, andare via. Il giovane se ne andò tutto triste. Egli non ha avuto il coraggio di liberarsi dagli ostacoli, di ascoltare il suo cuore”. E’ il momento, dice Don Luca, dell’incontro decisivo”. Piangono tutti.

Un accompagnamento anche dopo il sacramento

Dei giovani sono ugualmente presenti dopo l’incontro con il sacerdote e l’accoglienza del sacramento. Essi propongono ai giovani di avvicinarsi alla grande Croce. Ma i giovani sono liberi di chiederlo ad un’altra persona. Infatti, spiega don Luca, spesso vanno a cercare il giovane che li ha preparati al sacramento.

Ieri, un giovane si era preparato, per avere incontrato il sorriso di un altro che usciva dall’aver fatto questo cammino. Ma al momento di andare ad incontrare il sacerdote, ha “ceduto”, racconta Don Luca commosso da questo “fioretto”. Ma il giovane è stato “travagliato interiormente” tutta la notte e oggi è tornato. E ha ricevuto il perdono di Dio, facendo l’esperienza di una gioia immensa. Allora si è messo alla ricerca del giovane che l’aveva preparato ieri, l’ha trovato e gli è saltato al collo. E’ con lui che è andato a venerare la Croce del Salvatore.

Si tratta, per il coordinatore di queste ore straordinarie di “reazioni a catena”.

Un altro modo di ascoltare le confessioni

Così, se i confessori accorrono per conferire il sacramento della riconciliazione, le richieste dei giovani si susseguono ancora di più. Richieste che superano le attese e anche talvolta le disponibilità: i giovani hanno bisogno di confessori in un centinaio di lingue e di dialetti! Basta rileggere il saluto di Giovanni Paolo II ai giovani del mondo intero, il 15 agosto, per esserne persuasi: sono nominati 159 paesi.

D’altra parte, per padre Ferrari, la richiesta dei giovani trasforma anche poco a poco il modo di confessare. I problemi, in presa diretta sulla realtà – basta guardare le piaghe delle società moderne – impongono di dare, nel sacramento, più spazio al dialogo, al consiglio.

Le basiliche maggiori

Inoltre, la riconciliazione non è lontano di qui, riservata al Circo Massimo, né ai giovani: le grandi basiliche continuano a svolgere il loro ruolo di luoghi di riconciliazione, in linea con le esigenze del cammino giubilare. A Roma, la parola “indulgenza” non fa sorridere i pellegrini. Essa è divenuta sinonimo dell’esigenza di verità e di perdono. Una cappella apposita è stata preparata a questo scopo nel “braccio di Carlo Magno” a San Pietro.

Anche nelle chiese romane, come nel santuario della Madonna del Miracolo, i sacerdoti continuano ad accogliere i pellegrini. “In tutte le chiese ci si riconcilia fortemente!”, dichiara Don Luca. I gruppi, ed anche i volontari, possono anche far ricorso al ministero dei loro accompagnatori.

Infine, si vedono spesso anche i sacerdoti e i religiosi e le religiose avvicinarsi al sacramento. La riconciliazione è il problema di “tutto il popolo di Dio”, sottolinea Don Luca, felice di condividere ciò che vive, ciò che vede, ciò che ascolta al Circo Massimo.

18 agosto 2000

Ecco, quando si sente dire che i giovani sono allegria, festa, rumore, ci si affida a una categoria aprioristica, poi ci si accorge – come è capitato ieri mattina a Roma – che sono invece persone che aprono anche un libro, riflettono, pregano in gruppo e individualmente, e nel piccolo vicolo della Roma storica fanno esperienza di quel singolare sacramento della riconciliazione che può farli esplodere in lacrime di commozione per il perdono ricevuto o la conferma di amore sulla strada liberamente scelta. Sì, i giovani si confessano, confessano di confessarsi, si confessano per ripartire, per una raggiunta maturazione di fede in Colui che li accoglie e li conduce al Padre”. Così Vittorio Morero apre su “Avvenire” la splendida serie di servizi dedicati a quanto accade a Roma, e al Circo Massimo in particolare. L’articolo più significativo della giornata è quello firmato da Giorgio Bernardelli, con l’intervista a padre Amedeo Cencini, religioso canossiano (“Confessione, arte di maturità”). L’inizio prende spunto dall’inatteso interesse manifestato dai “media”: “Tutti in fila al Circo Massimo per confessarsi. E’ una delle immagini che ha colpito di più in questi primi giorni del Giubileo dei giovani. Vi hanno indugiato obiettivi e telecamere. Ha stuzzicato la fantasia di tanti cronisti laici, curiosi di sapere «che cosa vanno a dire al prete i giovani di Wojtyla»”. Conferma padre Cencini: “E’ l’immagine più bella di tutto il Giubileo, quella che spero che resti”, quindi esprime un giudizio lusinghiero sui giovani penitenti: “Andandosi a confessare, questi ragazzi dimostrano maturità: compiono un atto di verità verso se stessi… solo attraverso il confronto con un dato oggettivo com’è la Croce possiamo scoprire chi siamo davvero, accedere al mistero più profondo del nostro io… Hanno incontrato un sacramento che li valorizza appieno. Perché la confessione unisce il massimo di rigore e severità al massimo di fiducia in se stessi”. “Ma allora – chiede l’intervistatore – perché nella vita ordinaria delle nostre parrocchie si confessano così pochi giovani?” “Arrivare a questa consapevolezza oggi non è facile: è attaccata da tutte le parti. Ha bisogno di educatori che facciano capire bene cos’è la confessione…”. Il discorso si sposta sull’influenza della società odierna, “una società che ha cancellato il concetto di colpa”. Interviene padre Cencini: “Andiamoci piano a dire che il senso di colpa è qualcosa che appartiene al passato. Che lo riconosca oppure no, ogni uomo ha un suo codice di comportamento morale. E quando lo trasgredisce non può non avvertire un senso di disagio. Si può negarlo in mille modi. Ma poi riemerge sotto mentite spoglie: in un senso di tristezza, di insoddisfazione, nell’accontentarsi della mediocrità. La verità è che la colpa svela il mistero dell’uomo, fa parte di noi, della nostra umanità. L’attenzione dei giornali laici per quello che sta succedendo al Circo Massimo è sintomatica da questo punto di vista”. Poi il teologo conclude: “…quello di oggi è un tempo favorevole per la confessione. A condizione che sappiamo presentarla per ciò che veramente è. La psicanalisi comincia a entrare in crisi: ci siamo accorti che nel dire la verità di noi stessi, il lettino dell’analista non basta… Soprattutto gli manca la Croce, l’abbraccio misericordioso del Padre. Ecco, credo che la nostra umanità potrebbe imparare molto da quella fila di confessionali bianchi. Ad esempio, a riconoscere le colpe tra di noi: se il nostro metro di giudizio fosse sempre la verità su noi stessi, quanto sarebbe meno conflittuale il nostro stare insieme”.

Completando i suoi servizi, “Avvenire” riporta anche le impressioni “a caldo” di alcuni confessori e qualche loro “confessione” (“E i sacerdoti riscoprono l’ascolto”). Padre Mario Scalici: “Tante volte ci siamo resi latitanti nei confronti di questo importante sacramento, è ora di tornare in confessionale”. Padre Jesus Perez: “se i confessori si rendono disponibili, la gente corre”. Don Rino Zucchero: “La crisi delle confessioni è anche crisi di noi sacerdoti, che a questo momento di riconciliazione dedichiamo poco tempo”. Don Fabio Turba: “…non penso sia una questione di orari, quanto di disponibilità. Ognuno di noi sacerdoti dovrebbe interrogarsi. Nella lista delle priorità pastorali, qual è il posto delle confessioni?”. Don Geraldo de Fatima Morujao: “Finora, anche a causa dei miei impegni di studio ho potuto dedicare solo un paio d’ore alla settimana al confessionale. Ma qui ho visto quanto sia importante avvicinare i giovani alla misericordia di Dio. Stiamo vivendo un tempo nuovo, dobbiamo saperne approfittare”. Don Mario Delle Fave: “Ho ascoltato qui più di cento ragazzi. Ma un buon trenta per cento, e tra loro anche italiani, non si confessavano da anni. In pratica era come se non conoscessero il sacramento. Poi alla fine hanno pianto per la gioia. Torno a casa con la netta convinzione che qualcosa bisognerà cambiare nella pastorale giovanile delle nostre parrocchie”. Don Mimmo Fornarelli e don Domenico Castellano: “Andare in pizzeria con i giovani non basta. Forse dovremmo recuperare la capacità di fare loro proposte forti. E la celebrazione del sacramento della penitenza sicuramente lo è. Così come lo è la direzione spirituale, che alla confessione si accompagna”. Conclude don Paolo Orlandi: “La lezione fondamentale di questa esperienza è che la confessione non è solo un fatto individuale, ma che coinvolge tutta la comunità. Prendiamo esempio anche nelle nostre parrocchie”.

Tra gli interventi più autorevoli della giornata è da registrare quello del card. Martini, intervistato da Luigi Accattoli per il “Corriere della Sera”. Due domande in particolare a proposito del Circo Massimo; la prima: “Noi giornalisti siamo restati colpiti dal gran numero di confessioni ai confessionali del Circo Massimo…”. Risponde l’arcivescovo di Milano: “Anche per me è stata una bella sorpresa. E credo vada messa nel conto delle novità di significato… Nelle altre Giornate forse non c’era stata altrettanta offerta, o almeno così visibile, della possibilità di fare la confessione auricolare. Stavolta c’è stato questo coraggio e i giovani hanno risposto bene. Anche questo è un buon insegnamento: parliamo tanto di crisi della confessione, ma forse non ne offriamo abbastanza la possibilità. La disponibilità mostrata dai giovani è incoraggiante, perché il riconoscimento delle responsabilità morali è un elemento decisivo della vita cristiana, che ci porta direttamente al cuore del Vangelo, il quale invita a conversione e penitenza”. Poi la domanda che al giornalista viene “spontanea”, dopo quanto hanno abbondantemente riportato i “media” del giorno precedente: “Interrogando confessori e penitenti, i cronisti hanno segnalato che questi ragazzi confessano di meno i peccati sessuali e sono più attenti alle colpe nei confronti della carità…”. La risposta del card. Martini è molto prudente: “Qui è più difficile interpretare. La confessione viene dalla coscienza delle persone, occorre diffidare da indagini corsare. Si può osservare che anche Gesù, nel Vangelo, pone al primo posto il comandamento della carità. Ma certo è importante che anche a riguardo della sessualità i giovani avvertano l’esigenza di un’autoformazione alla responsabilità, che comporta sì il rispetto degli altri, ma anche il rispetto del proprio corpo, che il cristianesimo presenta come tempio dello Spirito”. E’ da ricordare che il giorno dopo queste dichiarazioni il card. Martini ha accennato alle confessioni, direttamente rivolgendosi ai giovani, durante la catechesi in San Giovanni in Laterano: “Vorrei sottolineare come sia stato notato in questi giorni anche dai mass-media, con sorpresa, il rivivere della Confessione. Queste migliaia di confessioni fatte con fiducia nel Circo Massimo e altrove e qui; vorrei dirvi di non dimenticare questa straordinaria esperienza del sacramento della Penitenza. Portatela con voi, perché è attraverso questo sacramento che noi ritroviamo, pur nella nostra debolezza, la forza ogni giorno di essere come Gesù, cioè essere santi”.

Sull’argomento “clou” del giorno precedente, altri giornali riportano alcuni interventi più preoccupati. Viene dato ampio spazio (“Il Mattino”) alla sollecitazione dell’arcivescovo di Genova mons. Dionigi Tettamanzi, durante la sua catechesi del 17 agosto in San Giovanni in Laterano: “Ragazzi, se venite a fare il Giubileo e non avete il senso del peccato, che Giubileo fate? Ho letto quello che avreste detto dopo esservi confessati, su ciò che per voi è peccato e su ciò che non lo è. Credo che il rischio sia di passare da una morale senza amore a un primato dell’amore senza morale. Ma così l’amore, anche sul piano fisico, diventa solo emozione”. Evidentemente c’è anche qualche confusione, voluta o meno, nei servizi dei giornalisti, in quanto l’ultima parte del discorso, con le stesse esatte parole, viene attribuita da “La Stampa” a mons. Domenico Sigalini, responsabile CEI per la pastorale giovanile: “Ho letto sui giornali di questa mattina ciò che i ragazzi hanno dichiarato, dopo le confessioni al Circo Massimo, su cosa per loro è peccato e cosa non lo è. Credo che il rischio sia quello di passare da una morale senza amore a un primato dell’amore senza la morale. Ma così l’amore, anche sul piano fisico, diventa solo emozione”.

Alcuni giornali si fermano  ancora sull’argomento “scottante”. “Sul sesso la Chiesa non ci ha capiti”, titola vistosamente “Il Mattino” un articolo di Maria Paola Milanesio, che si preoccupa di rincorrere le opinioni di alcuni giovani. Andrea (23 anni, milanese): “…se proprio vuoi sapere del peccato, ti dico che non sono d’accordo su tutto quello che dice la Chiesa. Sui rapporti prematrimoniali, ad esempio: se la Chiesa dice che sono peccato allora lo sono, ma la Chiesa dovrebbe essere più aperta. Se voglio bene a una persona non devo aspettare il matrimonio”. Carletto (20 anni, pure milanese): “E’ vero, la Chiesa sbaglia, perché non è tutto materiale quello che accade tra i giovani. Quando due persone si amano, il sesso completa il loro rapporto”. L’indagine della giornalista però, contrariamente al titolo, è corretta, ospitando anche una serie di dichiarazioni, sempre di giovani, di tono completamente opposto. Samuele (20 anni, di Cerro Maggiore): “…penso che ormai si sia arrivati a un punto in cui tutto è lecito. E questo, sicuramente, non mi piace”. Francesca (non più giovanissima, di Potenza): “Il peccato per me è l’allontanamento da Dio, la perdita di uno stato di grazia. Sulle questioni di sesso, penso che la Chiesa debba andare controcorrente. Le regole si accettano in blocco, non si può prendere solo quello che ci piace. Il fatto è che noi tendiamo a omologarci, a seguire il comportamento della massa”. Poi l’intervento più significativo di Maria Cristina (31 anni, di Tivoli): “Il peccato e il sesso? Le cose che riguardano il sesso non sono più sentite come peccato, ma come qualcosa di fisiologico. Per me questo è un ragionamento sbagliato: fare sesso non è come mangiare perché nel primo caso si comunica con una persona… Ma perché voi giornalisti andate in giro a chiedere dei cattolici e del sesso? Non capite che in questo modo sminuite soltanto questo evento? Il messaggio del Papa è stato bellissimo. Perché non parlate delle speranze dei giovani?”. L’articolo si conclude riportando altre parole pronunciate da mons. Sigalini: “I giovani ci chiedono equilibrio. I giovani cercano, vogliono che gli adulti li aiutino, li indirizzino. La nostra sfida è non tornare all’esasperazione precettistica del passato. Non dobbiamo lasciarli soli”.

Altro argomento su cui i giornali cominciano a ricredersi è quello della supposta mancanza di “privacy” nelle confessioni al Circo Massimo. Significativo è in proposito l’articolo di Itti Orioli su “Il Resto del Carlino” (“Roma canta coi ragazzi del Papa”), che riporta prima le impressioni di una coppia di fidanzati polacchi, Marcin (26 anni) e Agnieska (23 anni) di Lublino: “Io visito una Chiesa e parlo con Dio quando mi sento di farlo, ma devo essere solo, concentrato… Là troppa gente, troppo movimento. Ci siamo andati e siamo tornati indietro: non c’era privacy, chiunque sentiva quello che dicevi”. Il giornalista sembra d’accordo: “Vero. Il rito del Circo Massimo, a vederlo da vicino, lascia di stucco. Un via vai continuo tra quelle nicchie – una paretina e uno sgabello – che dovrebbero accogliere mea culpa ed esami di coscienza. Ragazzi e preti si parlano guardandosi negli occhi, spesso incrociando quelli di chi passa o attende il suo turno. Come può esserci raccoglimento?”. Poi una raffica di dichiarazioni opposte. Fabrizio (24 anni, sardo): “Nessun imbarazzo, anzi è stata un’esperienza bellissima, tra le migliori della mia vita… Sono stato io con Dio, come sempre. Non m’importa del contorno. Era da molto che volevo confessarmi, l’ho fatto e della gente non mi sono accorto”. Padre Fidel Suarez: “Il ragazzo ha ragione. Io prete sono solo un aiuto, una mediazione, e la confessione vissuta in mezzo ad altri dà un senso meno individualistico della riconciliazione, cui mira il sacramento”. E l’intervento conclusivo è di una ragazza 17enne, di Crotone: “All’inizio ero molto imbarazzata, ma ora vorrei ripeterlo. Ti senti con gli altri e contemporaneamente sei isolata, a tu per tu con qualcuno come mai. Questo prete che mi ascoltava guardandomi fissa, in venti minuti ha colto la mia vita, e mi sono sentita libera come quando canto in chiesa, nel coro”.

Scendono in campo sulla stampa “laica” anche le prime “penne illustri”. “Il Mattino” riporta “Il commento” di Alceste Santini (“I giovani di Wojtila. Un modo nuovo di essere credenti”): “Un dato significativo che sta emergendo dall’evento giubilare dei giovani e dal loro rapporto con il sacramento della Confessione è un concetto nuovo del peccato, non più visto in un’ottica giuridica e inteso come violazione di una rigida legge morale da attuare alla lettera con il timore di una severa punizione da parte di un Dio giudice implacabile. Il peccato viene, invece, considerato dalla maggioranza di questi giovani come il venir meno di un proprio equilibrio interiore per il compimento di un’azione risultata scorretta nel rapporto interpersonale e nei confronti della comunità perché non si è stati capaci di corrispondere a quell’amore alto e disinteressato offerto dal Dio a cui si crede”. Il giornalista torna poi sul discorso relativo alla “nuova” morale sessuale, soffermandosi – in quest’ottica – sul “valore nuovo” che assumerebbe “lo stesso concetto evangelico dell’indissolubilità del matrimonio, come è emerso dalle dichiarazioni di molti giovani di paesi diversi e dai loro confessori. L’indissolubilità del matrimonio non è più considerata come una norma da applicare ad ogni costo, ma un traguardo da raggiungere attraverso un percorso esistenziale che impegna, quotidianamente, la coppia ad affrontare difficoltà, incomprensioni, ostacoli che, se non superati con il comune concorso, possono mettere in discussione la stessa unione segnandone la fine. Ne consegue che anche la sessualità non può più essere un tabù perché è un aspetto vitale che la coppia o riesce a vivere come «amplesso totale», secondo un’antica visione biblica, oppure entra in crisi fino alla rottura”. Citando anche i risultati di recenti indagini sociologiche, Santini vede una chiesa in difficoltà, prendendo come esempio l’apparente contraddizione tra le parole del Papa sulla “procreazione responsabile” e la “pianificazione familiare” e la “condanna” della contraccezione: “E’ questo un nodo che la chiesa deve sciogliere e che i giovani stanno rendendo stringente”. La conclusione dell’articolo va poi più sul politico, prendendo spunto da quelli che per i giovani sarebbero i “peccati gravi del nostro tempo”: “l’indifferenza, l’egoismo, la noncuranza per l’ambiente, l’intolleranza, la scarsa attenzione per il prossimo, l’infedeltà. Orientamenti che fanno certamente riflettere il Papa ed i vescovi per rinnovare il magistero della chiesa”, ma che sono anche “un segnale per i politici e, soprattutto, per quelli che sembrano interessati più a inseguire interessi personali o di gruppo che a percepire quanto sta accadendo sotto gli occhi di tutti per elaborare un progetto per il futuro”.

Di stile completamente diverso l’articolo di Curzio Maltese su “la Repubblica” (“I giovani marziani sbarcati nella capitale”), in cui l’interesse è rivolto a quelli che sarebbero i comandamenti nella nuova versione dei “ragazzi di Wojtila”. Basta un’unica citazione, naturalmente a proposito del sesto comandamento: “«Non fornicare». Qui le scuole di pensiero, fra gli osservatori, divergono: fanno l’amore, non lo fanno. Fumano erba, non possono vedere una sigaretta. Naturalmente, ci sono gli uni e gli altri, o gli stessi fanno l’una e l’altra cosa, dipende. L’integralismo islamico insegna. Simpatici studenti iraniani o afgani che passavano le giornate a farsi canne e inseguire colleghe nei campus di mezza Europa sono poi diventati feroci pasdaran e talebani. I misteriosi confini fra estasi mistica e tempesta ormonale, secondo testimoni, sono stati comunque al centro delle confessioni al Circo Massimo”. Ogni commento è superfluo.

Più o meno sullo stesso piano il pezzo firmato da Sandro Veronesi (“Lo scrittore contro”) sul “Corriere della Sera” (“Una gioventù lieve e sorridente ma priva dei tormenti della giovinezza”); anche qui sarà sufficiente una breve citazione per dare un’idea della “profondità” di pensiero che pervade tutto lo scritto: Qui al Circo Massimo, poi, è successa la cosa più strana. Una volontaria con la maglietta blu (quella con la scritta «Ero forestiero e mi avete accolto») mi ha detto che non potevo entrare. Al Circo Massimo, il luogo più aperto del mondo. «E perché?». «Perché non hai il passi», mi ha risposto. «Andiamo – le ho detto – che male faccio?». La ragazza ha scrollato le spalle, si è resa conto dell’assurdità della cosa, e mi ha lasciato passare. Lo sterro erboso era gremito di giovani sfranti che bivaccavano, e io l’ho attraversato per guadagnare l’altra sponda e arrivare a questa fila di gazebo bianchi come quelli delle feste dell’Unità, dove una batteria di sacerdoti sta confessando i ragazzi. E li sta assolvendo tutti. Anche quel prete nero, forse del Burundi, almeno lui, sul quale avevo puntato perché, con scismatico coraggio, negasse l’assoluzione al barbina traditore, anche lui assolve e assolve e assolve, è come un meccanico che fa il tagliando alle macchine…”.

Per concludere la rassegna della giornata alcune testimonianze, riportate dall’agenzia Fides (3383): “Claret ha 26 anni, viene dalla diocesi di S. Isidro, Argentina. In un colloquio a Fides dice: «Sento fortemente il bisogno di riconciliarmi con Gesù, per essere in grado di accogliere il suo amore». Paulo, cileno, sui 30 anni, si rivolge a Fides con un grande sorriso: «La gente qui riunita è prova della forza di Gesù che si manifesta attraverso il nostro stare insieme, nella purezza dello spirito. Qui si respira la Chiesa universale perché si condivide la fede con altri giovani». «La fede rende liberi» - spiega a Fides un sacerdote che ha appena finito di confessare. «Questi ragazzi sono assetati di vera e pura libertà. Hanno voglia di guardare dentro di sé, con gli occhi della fede, per capire cosa Dio vi ha posto. Sono disponibili alla riconciliazione e hanno un’apertura senza limiti. Vogliono essere un solo popolo sotto un solo pastore»”.

* * * * *

Anche la rassegna stampa di questa giornata può terminare con un articolo, tratto dalla “Libertà”, giornale di Piacenza, che ha il pregio di preoccuparsi di raccogliere la voce dei “protagonisti” (“Parla don Ferrari: molti affollano i gazebo bianchi”)…

La grande spianata del Circo Massimo alle 14 del pomeriggio è avvolta in una nuvola di calore e di polvere. Il sole è impietoso, ma tutto intorno all’antica arena romana i ragazzi sfilano a migliaia sotto i pini e raggiungono i gazebo bianchi per refrigerarsi o per confessarsi. E’ un rito collettivo quello che sta avvenendo da alcuni giorni, una sorta di movimento della coscienza che nasce dal bisogno di dialogo, dalla riscoperta dell’altro, dalla voglia di affrontare le questioni vere, tanto che «si fa fatica a togliere dal confessionale sia i preti che i penitenti». Don Luca Ferrari, responsabile del Servizio Confessioni, ci racconta questa straordinaria esperienza, mentre di tanto in tanto le sirene di un’ambulanza si avvicinano all’area e portano via qualcuno che non ha resistito al caldo. «Vivere in modo insignificante a molti giovani non piace» aggiunge don Luca, per chiarire che qui sta succedendo qualcosa di nuovo: i modelli di cartapesta proposti dalla tv sono letteralmente disintegrati. Una partecipazione straordinaria di giovani che si affollano ai confessionali, ma cosa sta succedendo al Circo Massimo? «C’è una riscoperta del sacramento, una sorta di riconciliazione con la confessione; i percorsi che seguono i giovani sono differenti, ma quello che registriamo è l’assoluta autenticità della scelta, una disponibilità vera a seguire percorsi nuovi, una necessità di rapporti interpersonali. Il Signore ci chiede di abbattere le barriere che ci dividono dagli altri e quindi dalla fede». Tuttavia sorprende vedere che tanti giovani tornino a confessarsi, un sacramento che sembrava aver perso terreno, quasi non corrispondesse più alla sensibilità di oggi. «La confessione era diventato un sacramento troppo privato, nascosto, qualcosa di triste e di cupo. Qui accade il contrario. Diventa un fatto collettivo, un momento di incontro; il fatto di vedersi insieme con la stessa esigenza di dialogo, incoraggia, è un invito a volersi bene. I giovani hanno voluto incarnare il volto dell’umanità che fa festa con il Padre. Il sacramento si è come dilatato; l’80% dei ragazzi che uscivano dal confessionale piangevano, tanto era stata forte l’esperienza». Registrate una partecipazione che comprende tutte le nazionalità al sacramento? «Tra le tante nazionalità va segnalato l’avvicinamento dei francesi; nel loro paese l’esperienza della confessione è quasi sconosciuta, qui sono venuti in tanti. Ma sono state fatte confessioni in filippino, svedese, slovacco, brasiliano, cinese e in molte altre lingue». C’è una forte consapevolezza nella fede di questi ragazzi, lo si vede nei momenti liturgici, ma anche molta libertà e indipendenza. Come si conciliano questi due aspetti? «Alcuni gruppi sono legati ad alcune devozioni particolari, tuttavia ci sono diversi momenti unificanti intorno ai quali abbiamo lavorato per favorire l’incontro e il dialogo tra diverse lingue e tradizioni. La veglia, la messa, ma anche il rito dell’accensione dell’incenso, un rito precristiano che simboleggia l’elevarsi verso Dio e appartiene a culture e religioni molto diverse. Così come l’atto dell’offerta l’abbiamo visto compiere con le lacrime agli occhi. Allo stesso tempo abbiamo voluto dare grande importanza al sorriso, alla stretta di mano, all’abbraccio. Tutto questo diventa un sacramento». Il Vangelo torna dunque a parlare ai giovani, ma quanto è conosciuto? «Non posso dire che il Vangelo sia già conosciuto, certamente c’è una riscoperta del Vangelo. C’è spazio in tutti per il Vangelo; se si trova il modo giusto, il linguaggio giusto, il messaggio arriva».

19 agosto 2000

L’attenzione dei “media” si sposta giustamente sul grande appuntamento di Tor Vergata, ma c’è ancora qualche scampolo dedicato alla “festa” del Circo Massimo.

Una citazione d’onore per i “200 ragazzi di Sassuolo che in questi giorni al Circo Massimo aiutano chiunque lo voglia ad accostarsi nel modo migliore al sacramento della riconciliazione” la possiamo trovare sul quotidiano romano “Il Tempo”, che riprende dal Sir (Servizio Informazione Religiosa della Conferenza Episcopale Italiana) l’episodio del vescovo inglese e di numerosi sacerdoti che hanno chiesto ai ragazzi del “servizio confessioni” di aiutarli a prepararsi a ricevere il sacramento. Il breve articolo riporta anche la testimonianza di don Carlo Sacchetti, l’autore della ormai famosa Bible live su CD Card che è stata “lanciata” in occasione della GMG: “L’incontro con il vescovo è stato sereno, sorridente, senza retorica, un gesto di grande umiltà e uno scambio di doni che realizza la comunione all’interno della Chiesa”. Don Carlo parla così dei “ragazzi di Sassuolo”: “All’inizio… hanno aderito alla proposta di svolgere questo particolare servizio con una certa preoccupazione, ma poi è subentrato l’entusiasmo e ora sono molto toccati dall’esperienza”.

Un’altra testimonianza colta al volo è quella del card. Roger Etchegaray, riportata su “La Repubblica”. Alla domanda: “Si aspettava un numero così alto di confessioni?”, risponde: “La grande partecipazione alle confessioni è stato uno degli aspetti più sorprendenti e inaspettati del raduno: vedere una massa così grande di giovani che attende ore ed ore per assolvere al sacramento della riconciliazione con felicità e compostezza è un segno enorme. Un segno di Chiesa viva che forse non conoscevamo bene”, e più avanti, alla “classica” domanda sul distacco dei giovani “romei” dalla “morale sessuale cattolica”, risponde: “ E’ vero: su questi aspetti c’è una grande diversità tra loro. Ma la realtà di fondo è che questi ragazzi, più che parlare di morale sessuale, sono animati da un forte desiderio di capire con quale atteggiamento di fondo devono porsi davanti a Dio e di fronte a tutti i fratelli”.

Di diverso tono risulta il commento che, a firma di mons. Alessandro Maggiolini, appare su “Libero”: “…mi si permetta un appunto forse marginale e forse no: un appunto sofferto. Si sa che, oltre ai confessionali d’ordinanza nelle chiese, sono stati allestiti più di duemila baracchette che consentono ai ragazzi di inginocchiarsi per chiedere perdono dei loro peccati. Una pratica riscoperta? Non mi pare. Si tratta di giovani che si confessano anche a casa e che si impegnano a confessarsi ancora. Ed ecco la nota stonata. Leggo su alcuni giornali dichiarazioni virgolettate che vengono attribuite a sacerdoti i quali si sono prestati per il sacramento della Penitenza. Mi auguro di vedere delle smentite nei prossimi giorni. Questi preti avrebbero detto che i ragazzi non confessano più le colpe nel settore della sessualità; sono, invece, assai sensibili alla tolleranza, al rispetto dell’altro, alla tutela della natura, ecc… (…) Non credo di poter accogliere come vere tali risposte. E perché bisognerebbe interrogare tutti i confessori, e perché occorrerebbe sentire i giovani, e perché, di solito, si ammettono peccati «nobili», mentre si sorvola su quelli un po’ squallidi. (…) Ciò che mi dà sui nervi e mi rattrista è la disponibilità – se c’è stata – di alcuni preti a parlare delle confessioni che hanno ascoltato. Di queste cose si tace e basta. Non solo non bisogna rivelare i peccati. Bisogna anche evitare discorsi allusivi che possono derivare dal dialogo di conversione che avviene nel sacramento. I penitenti non sono soggetti inchiestati in vista di una statistica o di una indagine motivazionale. Sono peccatori che piangono davanti al Signore che hanno offeso, e basta. I giornalisti, è ovvio, fanno il loro mestiere. (…) Cari preti, quando vi alzate da una seduta di confessionale, evitate i giornalisti”. Non si può non concordare con quest’ultima preoccupazione, anche se mi sembra che una grandissima discrezione nei sacerdoti non sia mancata.

Intanto l’evento del Circo Massimo trova risonanza anche sulla stampa estera. Leggiamo, ad esempio, su “Le Monde”: “Al Circo Massimo, che vedeva passare nell’antichità le corse delle bighe, i confessionali non si vuotano mai. Ce ne sono 312. Delle costruzioni astute, che permettono al penitente di inginocchiarsi o di stare seduto, a scelta. I sacerdoti che non hanno trovato posto confessano in piedi o seduti nell’erba. Un sacerdote poliglotta ha sistemato presso di sé un piccolo cartello: «English, italiano, français, espanol, deutsch». I giovani che aspettano si rifugiano sotto gli alberi, per mettersi all’ombra. I volontari incaricati dell’accoglienza fanno le loro statistiche: «In base ai 400 sacerdoti presenti nel corso della giornata, tenendo conto della durata media di una confessione, almeno 25000 penitenti hanno ricevuto il sacramento della riconciliazione». Ogni giovane deve quindi bruciare qualche grano di incenso su una vasca, vicino alla croce di legno, simbolo della GMG. Quando cade la notte, la vasca fuma ancora”.

20 agosto 2000

Per una panoramica completa, non si possono tacere anche le voci stonate. Tornando un momento alla stampa estera, troviamo  il francese “Liberation”, citato sulle colonne de “Il Tempo”: “Liberation definisce la confessione di massa al Circo Massimo come una «fabbrica lavapeccati» e intervista un prete ceco secondo il quale «alcuni ragazzi non sapevano nemmeno distinguere i peccati veniali da quelli mortali. Ne ho incontrato uno – dice ancora il sacerdote – che non sapeva che si dovesse fare penitenza e astinenza il venerdì»”. Non vuole essere da meno “Il manifesto”, fin dal titolo di un pezzo firmato da Stefano Cantucci Jesus Christ super pulp”, che comincia con un episodio legato al Circo Massimo: “Sul davanti la T-shirt bianca mostra la smorfia di dolore di un Gesù Cristo molto fumettistico, disegnato in stile Marvel-Comics, con il solo primissimo piano degli occhi e della bocca. E’ un ghigno più violento e rabbioso che rassegnato. Sul retro c’è una grande mano aperta, con un chiodo al centro, che gronda un fiume di sangue. Da tutti e due i lati domina il rosso, sparso in abbondanza. La scritta, larga, è sotto la mano: «His paine, Your Gain», come dire che la sua pena è la tua salvezza. A portarla è un gruppo di ragazzi americani che partecipano alla Giornata Mondiale della Gioventù e che si avviano al grande rito della confessione al Circo Massimo. Saranno una decina, ma l’impatto di immagine e scritta è così forte da farli sembrare di più. «Pensate di andarvi a confessare con quelle magliette?», chiedo. «Perché no? Siamo venuti in gruppo, le magliette servono a far capire agli altri che stiamo insieme e la pensiamo allo stesso modo. E poi dicono la verità. Non ti sembra?»”. L’articolo prosegue sul tema dello sfruttamento di un’immagine, quella del Cristo sofferente, cui si assocerebbe quella dello stesso Papa sofferente per attirare l’interesse e la partecipazione dei giovani: “…Anche il policonfessionale del Circo Massimo, spettacolo di una prova generale del giudizio universale, è diventato una festa delle buone intenzioni mormorate a bassa voce. Ma al di là dello spirito della festa, la principale forza di aggregazione di questo evento pare sia stata proprio la rinnovata immagine del martirio: quella del papa sofferente…”. La stessa convinzione sembra essersi radicata nell’onnipresente – nei giorni della GMG, soprattutto in TV - direttore di “MicromegaPaolo Flores d’Arcais, intervistato da “La Stampa”: “C’è un entusiasmo delirante per il Papa. Non a caso si parla di Karol Wojtyla superstar. Ma pur amandolo in modo così intenso, su alcune questioni gli disobbediscono in modo radicale e assoluto. Ad esempio sulla morale sessuale…”. C’era da aspettarselo, riecco il discorso che sembra attanagliare al di sopra di tutto l’interesse dei “laici-doc”, come appunto Flores d’Arcais: “Il comportamento di questi giovani è simile alla media della loro generazione. Fanno sesso prima e fuori del matrimonio, fumano gli spinelli. Ma la cosa non viene vissuta come peccato e non ne parlano durante le confessioni di massa. Al massimo criticano l’infedeltà, non nel senso delle corna ma come valore di rispetto dell’altro. In questo, la morale dei ragazzi del Giubileo è molto diversa da quella della Chiesa”.

Ancora diverse “penne illustri” scendono in campo per i commenti di giornata. Solo un fuggevole accenno quello di Eugenio Scalfari su “La Repubblica” (“I figli dei fiori trenta anni dopo”), alla ricerca  dei veri “motori” dei ragazzi di Tor Vergata, e di chi potrà trarre il massimo vantaggio dalla straordinaria attenzione suscitata dalla GMG: “Se i ragazzi di Tor Vergata e tutti quelli che a essi somigliano diventeranno morbida cera nelle mani delle varie CL, Opus Dei o dei vari monsignor Ruini, avrà vinto alla fine il Papa conservatore…”. Che cosa c’era veramente “in questo immenso raduno giovanile”?. “…c’era di tutto: la fede, la speranza, la continuità, il futuro, l’amore, l’ecumenismo, la fratellanza, l’obbedienza ai pastori, l’indipendenza dai pastori, la famiglia, la libertà sessuale, tutto e il contrario di tutto ma senza lacerazioni, senza complessi di colpa dissolti – se mai – dal lavacro della confessione di massa”.

Che cosa c’è di vero, di autentico, nell’animo di questi giovani?”: è forse questo l’interrogativo di fondo che suggerisce l’intervento di Carlo Bo su “La Stampa” (“La comunità e le regole”): “…è difficile da capire come tante migliaia di persone possano camminare insieme e nello stesso tempo pensare e tentare un colloquio con Dio vero e profondo. Lo stesso dicasi per le confessioni a cielo aperto, anche se i primi cristiani usavano accusarsi in pubblico e chiedere perdono davanti agli altri. La confessione – se ancora esiste ed è praticata – esige una disposizione travagliata e sofferta, come quella che appunto faceva Julien Green che era arrivato al cattolicesimo attraverso un itinerario molto complicato e tormentato. E’ forte la tentazione di pensare che si tratti piuttosto di una serie di gesti automatici di persone travolte dallo spirito di imitazione e dal bisogno di stare insieme.” Più o meno si tratta della “insiemitudine”, chiamata in causa da Scalfari nell’articolo appena citato, ma l’intellettuale cattolico, di recente scomparso, sembra essere più amaramente scettico: “…Lo ripeto, la colpa è mia e penso alle conversioni più o meno sincere di Cocteau e di Julien Green, alla loro situazione del tutto diversa e ai meccanismi di oggi. A meno che non si creda che il numero spieghi tutto e la vecchia religione del colloquio diretto fra Dio e il peccatore tramite il sacerdote sia dichiarata superflua e inutile. (…) La risposta la daranno i nostri pronipoti e generazioni ancora più lontane, con la speranza che in quel lontano domani si abbia ancora qualche memoria di questo Giubileo che purtroppo assomiglia a un grande spettacolo di quelli che vanno o andavano di moda negli stadi del mondo. Per conto mio, Cristo è ancora più solo, nonostante lo spettacolo dei portatori di croci in marcia verso il Colosseo”. Meno problematico, ma non meno sottilmente critico sembra essere Ferdinando Camon nel suo commento, ospitato da “Il Resto del Carlino” (“Siamo a una svolta: Dio è cambiato”): “…a guardare che tipo di gioia ostentano, che vita fanno, che confessioni, quali sono per loro i peccati, e come ottengano l’assoluzione, vien da concludere che è cambiato anche il Cattolicesimo, il concetto di grazia e di peccato che la Chiesa trasmette… Questi giovani cattolici frequentano un Dio gioioso, comprensivo, attento alle virtù a largo raggio (pagare le tasse, non inquinare, trattar bene gli extracomunitari, rispettare il codice penale-civile-stradale, far carriera senza corruzione, onorare il padre e la madre anche quando senza cattiveria si disobbedisce, far sesso solo se c’è amore). Su questa base decine di migliaia di giovani di tutto il mondo, accostandosi a qualcuno dei 24 confessionali installati in ognuno dei 13 tendoni, chiedono e ottengono rapidamente l’assoluzione. Non è mai stato così. Quand’erano giovani quelli che ora sono i padri, e quelli che sono i nonni, la Chiesa cattolica insisteva sulle virtù a raggio corto, la fedeltà coniugale, la castità individuale, l’obbedienza alle autorità religiose e politiche (a partire, ahimè, da quelle fasciste), e il sesso era proibito prima del matrimonio e fuori del matrimonio e, in buona parte, anche dentro il matrimonio”.

Chi avrà ragione? Forse sarà meglio ascoltare i protagonisti diretti: i giovani…, i sacerdoti… Una prima risposta possiamo trovarla nelle impressioni di uno scout di Molfetta, intervistato da “La Gazzetta del Mezzogiorno”: “…E’ una sensazione fantastica, un clima di gioia indescrivibile. Anche nella preghiera, nelle tante catechesi che si susseguono e che, prima della partenza, ci spaventavano, prevale quel grande spirito di altruismo che caratterizza noi giovani che crediamo nella pace, nella solidarietà… Anche la confessione è importante, per me rappresenta l’incontro con una persona che sa ascoltarti e non una sterile elencazione di peccati più o meno gravi…”.

21 agosto 2000

Un’altra voce di un protagonista: “il Giornale” riporta l’intervista a Norberto Rivera Carrera, arcivescovo di Città del Messico, aperta da un titolo che già dice tutto: “Io, cardinale, in verità vi dico: hanno catechizzato anche me”. Una domanda va direttamente al cuore dell’argomento: “In questi giorni si è parlato molto delle confessioni di massa e dei «nuovi peccati». Non la preoccupa che molti giovani non abbiano più il senso del peccato?”. Il cardinale risponde: “Troppo spesso noi ci facciamo dei problemi che invece non esistono o esistono soltanto nelle conversazioni tra noi preti e vescovi. Noi crediamo di dover dire ai giovani: andate a messa, confessatevi, fate questo e non fate quello. Ma molti di loro non hanno il senso del peccato perché non conoscono Gesù. Non si può imporre o proporre a priori una morale o un’etica dicendo: «Così tu incontri il cristianesimo». Nella realtà la dinamica è esattamente opposta. Prima la persona incontra il Signore e grazie a quell’incontro inizia un nuovo atteggiamento di fronte alla vita… E poi non dobbiamo mai dimenticare, noi per primi, di essere dei poveri peccatori… L’essere diventati cristiani, l’essere stati raggiunti da Cristo non cancella le nostre umane debolezze. Per questo fatico a credere a certe conversioni miracolose e totalizzanti: cambiare vita non è mai automatico né scontato. Anche dopo la GMG i giovani restano giovani, con i loro peccati, come tutti. Ed è bello riconoscersi sempre bisognosi della misericordia di Dio, bisognosi del suo aiuto per continuare a seguirlo”.

Terminata la GMG, si cominciano a fare dei bilanci. Paolo Graldi, su “Il Messaggero” (“Il Giubileo, maxi-test mondiale sulla tenuta dei valori religiosi”) si chiede, fra l’altro: “…qual è il rapporto dell’uomo moderno con i simboli della religione?”. Nei simboli utilizzati dal Giubileo vede “il simbolo del viaggio, del pellegrinaggio”, poi “il simbolo della porta attraverso cui passare per la rigenerazione… Infine c’è il simbolo della propria liberazione attraverso il riconoscimento pubblico del proprio limite. E’ quell’evento delle confessioni di massa, specie di giovani, che tanto ha colpito e fatto pensare. Eppure significa solo che anche in molti uomini d’oggi si vede come liberatorio il riconoscimento del proprio limite, ci si sente accettati nel ricevere il perdono del corpo sociale cui si appartiene. Era un valore, forse proprio perché esibito sotto i riflettori del mondo, a cui ci eravamo disabituati, illusi che la liberazione consistesse nell’affermazione di una sorta di volontà di potenza”.

22 agosto 2000

La stampa spegne i riflettori sulla GMG, ma non si spengono le impressioni forti e le riflessioni, …e anche i ripensamenti. “La Stampa” riporta alcuni passi di un’intervista a Vittorio Messori pubblicata su “Le Figaro”: “«Provo una profonda allergia davanti a queste folle oceaniche che me ne ricordano altre davanti al balcone del Duce e nei regimi totalitari». Poi però Messori si è ricreduto sul Giubileo dei giovani, «particolarmente colpito» dalle file di giovani che si sono confessati sotto il sole, segno «di una fede viva e sentita». E si è dichiarato «un po’ pentito»…”.

* * * * *

Per completare questa rassegna, è necessario dare spazio anche ad altre voci, altri commenti, altre impressioni che la stampa ha riportato nei giorni e nei mesi successivi, segno di per sé di un interesse che non si è spento allo spegnersi immediato dei riflettori. Vediamone alcune…

La prima.. una testimonianza via Internet…

“La festa del perdono

È stata una festa! La festa del perdono! 2 milioni di giovani, quei giovani di cui tanto si parla e che spesso sono sulle pagine della cronaca nera dei giornali… questa volta è diverso! Questa volta sono insieme per interrogarsi sul giovane ricco, per chiedersi cosa voleva Gesù, quando con grande amore lo ha fissato negli occhi e gli ha chiesto di lasciare tutto per Lui.

Tanti, veramente tanti sono i giovani che sostano sotto la tenda del perdono per incontrare Dio attraverso questo Sacramento, che rende l’uomo ricolmo della Sua misericordia.

È bello vedere i volti felici dei giovani che, come segno di riconciliazione, mettono dell’incenso in un enorme braciere e si inginocchiano di fronte alla croce, che nei mesi precedenti a questa GMG ha incontrato i giovani di tutto il mondo. Questa è la vera gioia, trovare la pace nel cuore, sentirsi amati da Colui che in un caloroso abbraccio attende sulla porta i suoi figli.”

Elisa Zoni – (Comunità S. Benedetto)

28 agosto 2000

Il “Giornale del Popolo” del Canton Ticino riporta brani di un’intervista al Vescovo di Coira, mons. Amedeo Grab, di ritorno dalla GMG. Chiede, tra l’altro, l’intervistatore: “In tre giorni, 600 mila giovani hanno passato la porta santa. Molti si sono confessati nella spianata del Circo Massimo, dove celebravano poi la Messa. I giornali hanno parlato molto di questo fatto, titolando ad esempio «Confessioni di massa», ed in effetti sono migliaia i giovani che hanno vissuto anche questo sacramento. Siamo davanti a un nuovo segno dei tempi?”. La replica del vescovo: “I titoli dei giornali mi hanno inizialmente lasciato perplesso. Credevo che si trattasse di una confessione collettiva in cui centinaia di migliaia di giovani ripetevano le stesse colpe. Invece no: in foltissime schiere i giovani si sono presentati al sacramento della penitenza. Questo mi sembra proprio un rinnovamento, perché secondo le testimonianze che ho sentito quasi tutti sono contenti di aver fatto lo sforzo di una buona confessione prendendosi il tempo necessario. Si sono accorti che esiste una ricchezza del mondo sacramentale che prima non conoscevano”.

30 agosto 2000

Alcune testimonianze sulla “Festa del perdono al Circo Massimo”, riportate da David Murgia sul sito Internet ufficiale del Giubileo: “Sono arrivati dai quattro punti cardinali. Ordinati, in fila, hanno cantato tutti insieme l’ “Emmanuel”, l’inno ufficiale del Giubileo dei giovani. Sono scesi al Circo Massimo, l’antico circo romano, luogo di martirio dei primi cristiani, attrezzato per l’accoglienza, ed hanno celebrato la «Festa del Perdono». Sono i ragazzi della Giornata Mondiale della Gioventù che, a turno nei tre giorni precedenti la veglia a Tor Vergata con Giovanni Paolo II (il 16, 17, 18 agosto) si sono ­accostati al Sacramento della Riconciliazione. A scaglioni i gruppi prima hanno partecipato alle catechesi ed hanno varcato la Porta Santa della Basilica di San Pietro, poi hanno completato con la confessione il proprio pellegrinaggio giubilare. Per tre giorni il Circo Massimo si è trasformato in una grandissima chiesa all’aperto. Al centro del campo è stata posta la Croce dell’Anno Santo, mentre al lato un grosso palco ha ospitato le celebrazioni eucaristiche. Cartelli e segnali hanno guidato i giovani pellegrini verso il proprio settore. Ad attenderli c’erano sacerdoti e religiosi che nei bianchi e semplici confessionali allestiti sotto i 13 capannoni, sono stati a disposizione per la confessione, per un consiglio. A fianco dei piccoli confessionali era scritta la lingua parlata dal sacerdote. C’erano tutte le lingue. Dalle più comuni alle più diverse: il magiaro, il malesiano, il mandarino. I confessori vestiti con i paramenti sacri hanno ascoltato, dialogato, consolato.  Tutto si è svolto con ordine, grazie anche all’aiuto dei volontari che hanno smistato i penitenti a seconda della lingua e della provenienza. Alcuni volontari hanno preparato i giovani alla confessione, indicando dei passi biblici, preghiere, giaculatorie. I testi della liturgia della Parola sono stati letti e commentati sotto forma di esame di coscienza. Duemila i sacerdoti impegnati a confessare. Più di 300 i confessionali. Ecco la cronaca della giornata di giovedì 17 agosto. I protagonisti della Giornata Mondiale sono cominciati ad arrivare nelle prime ore del mattino. Verso le 8 si sono radunati al centro del Circo Massimo. Si sono preparati alla celebrazione della Messa Internazionale (celebrata 4 volte al giorno: due celebrazioni nella mattinata, due nel pomeriggio). Tra canti universali e preghiere, sono state lette in più lingue le letture. Ha iniziato a leggere uno scout di lingua italiana, poi è salito sul palco un giovane irlandese, un polacco, un tedesco, un francese. Così anche per il Vangelo. L’omelia, un pensiero di riflessione ripetuto dai sacerdoti concelebranti, ognuno nella propria lingua. La liturgia è stata animata dai ragazzi. Tutti hanno pregato insieme. Tutti hanno partecipato alla medesima Eucaristia. Nel frattempo erano iniziate le prime confessioni. A mezzogiorno i sacerdoti erano già impegnati a confessare. Gli altri hanno aspettato il proprio turno. Si è cantato, si è pregato, ci si è confrontati. Fino a mezzanotte è stato possibile confessarsi. «Il Perdono è una festa – ha detto Andrea, che viene da Genova e studia lettere – e il buon cristiano non può essere triste. La gioia del Vangelo, della buona notizia, ti da forza di vita, voglia di crescere». L’entusiasmo è stato coinvolgente. Si è letto  negli occhi delle migliaia di giovani che hanno aspettato di confessarsi. «Sono venuta qui – ha commentato Simona di Venezia – preparata e pronta a vivere una forte esperienza di fede»”.

Settembre 2000

Sul mensile della Piccola Opera della Divina Provvidenza “Don Orione oggi” la testimonianza autorevole di mons. Giovanni D’Ercole: “Mi è parso di capire che è nato un modo nuovo di fare pastorale giovanile, che valorizza l'incontro comunitario di massa, ma non trascura il valore del dialogo personale. Quante confessioni durante la GMG al Circo Massimo! Ho potuto confessare per circa dieci ore, nei tre giorni e ho toccato con mano quanta sete ci sia di Cristo e della sua verità. Ma chi accompagnerà questi ragazzi? E' nella pastorale ordinaria che deve calarsi l'esperienza itinerante delle Giornate Mondiali della Gioventù”.

Novembre 2000

Su “Vita pastorale” di novembre 2000 padre Rinaldo Falsini, rispondendo alla lettera di un sacerdote che solleva il problema di un rinnovamento della celebrazione del sacramento della riconciliazione, auspica la introduzione della  “terza forma” del rito – quella con “assoluzione collettiva” - , e aggiunge: “L’occasione storica, veramente mancata, forse volutamente, è stata quella della GMG con le confessioni (brutto nome) a cielo aperto, senza alcuna proclamazione della parola di misericordia, senza alcuna preghiera e canto, senza un segno fraterno di amicizia e di riconciliazione fra giovani di tutto il mondo: allora avremmo scoperto la festa del perdono e qualche richiamo del Vaticano II”. La posizione di padre Falsini sul rito della confessione era già apparsa chiaramente qualche mese prima in un articolo su “Jesus” (n. 7, luglio 2000: “Serve creatività per salvare la confessione dalla crisi”), di cui riportiamo qualche passaggio: “La presenza e la proclamazione della Parola di Dio, la preghiera e il canto, la dimensione ecclesiale comunitaria, il superamento della visione privatistica e giuridica, il richiamo costante alla conversione e alla misericordia di Dio sono alcune delle acquisizioni maturate nel Concilio, che, afferma Falsini, vengono per lo più ignorate: «Il principio della conversione del cuore giustifica e regola tutti gli atti del penitente. Il fatto che tutto si svolga in pochi minuti, in un colloquio fatto solo di parole umane, limita questa possibilità. Manca il respiro del dialogo con Dio, ma anche la visione ecclesiale, perché il rapporto con la comunità è totalmente assente». Come cambiare? «Attuare e accogliere quanto già previsto per le tre forme», risponde padre Falsini. «E poi più tempo, maggiore formazione e più coraggio: molte confessioni sono in realtà delle direzioni spirituali. Invece di concentrare tutto nella figura del prete, bisognerebbe dare più spazio al ministero del dialogo, che può essere fatto anche dai laici. Il sacramento, che è un’altra cosa, sarebbe alleggerito e valorizzato in quanto tale»”.

L'opinione di don Luca Ferrari (responsabile del Servizio Confessioni alla XV GMG) su questo tema è sviluppata nel paragrafo “Le tre forme” (all’interno del capitolo 2 della Seconda Sezione) del libro “Giovani e Riconciliazione- una storia vera”, EDB 2002, in cui viene evidenziata la necessità di valorizzare entrambe le dimensioni personale e comunitaria del sacramento, senza contrapporle.

Dicembre 2000

A distanza di 4 mesi “L’Espresso” torna sull’evento del Circo Massimo con un ampio articolo di Sandro Magister (“Voglia di mea culpa”), riportando le osservazioni di diversi sacerdoti sulla ripresa del sacramento della confessione: “Neppure lui se l'aspettava una fiumana così. Monsignor Armando Dini, vescovo di Campobasso e Boiano, è stato uno dei tanti confessori mobilitati al Circo Massimo di Roma, durante le memorabili Giornate mondiali della gioventù. Ricorda commosso: «Si inginocchiò davanti a me anche un ragazzo francese che non l'aveva mai fatto in vita sua». Ma più di tutto l’ha stupito la ressa festosa con cui in quei giorni miriadi di giovani corsero a confessarsi… Al Circo Massimo, a metà agosto, i numeri sono stati da record. Millequattrocento confessori in azione, dalle prime luci dell'alba a mezzanotte. Consuntivo: 120 mila giovani confessati in tre giorni, in quello che fu lo stadio della Roma pagana… L’impennata ha colto di sorpresa gli stessi capi di Chiesa. I quali sanno che la confessione continua a essere il più in crisi dei sette sacramenti della Chiesa cattolica. E sanno soprattutto che le maggiori spinte a disertarla vengono proprio dal «dover raccontare a un altro uomo le proprie colpe», dal «modo di confessare di certi preti» e dalla convinzione «che basta pentirsi davanti a Dio, il sacerdote non è necessario»… L’articolo di Magister si sofferma poi sui tre riti previsti nei codici canonici per la confessione, prendendo spunto per sottolineare gli aspetti più “polemici” della questione: “…Sapendo di questo disagio, negli ultimi decenni si è quindi discusso, ai gradi alti della Chiesa, se cambiare il rituale del sacramento del perdono, liberando il fedele dall'obbligo di confessarsi individualmente a un sacerdote. Appena finito il Concilio Vaticano II, nel 1966, Paolo VI affidò la questione a una commissione di teologi. E presto trapelò che questi intendevano proporre, accanto al rito della confessione individuale, l'introduzione di un secondo rito, collettivo: con mea culpa in coro da parte della comunità riunita e assoluzione impartita a tutti insieme. Risultato: alla fine degli anni Sessanta molti preti in tutto il mondo cominciarono a impartire le loro assoluzioni collettive senza più pretendere che i fedeli si confessassero in privato… Ma a Roma, Paolo VI e i suoi non la pensavano affatto così. Il Sant’Uffizio, allora presieduto dal cardinale croato Franjo Seper, sciolse la commissione degli esperti e intimò l’alt a quello che giudicava un abuso. E nel 1974 fissò in questi tre i rituali autorizzati del sacramento. Il primo è quello tradizionale della confessione e assoluzione singola, a tu per tu con il sacerdote. Il secondo è fatto anch'esso di confessioni e assoluzioni individuali, ma precedute e seguite da liturgie collettive di pentimento e di ringraziamento. Il terzo rituale è quello detto della «riconciliazione di più penitenti». E' fatto di una generica richiesta di perdono collettiva e di una immediata assoluzione generale. Ma è consentito solo in casi estremi: pericolo di morte o drammatica mancanza di sacerdoti in rapporto al numero dei penitenti «accertata dal vescovo del luogo». E soprattutto impone a chi beneficia dell'assoluzione collettiva l’obbligo assoluto di presentarsi «quanto prima, massimo entro un anno» da un sacerdote, per confessargli individualmente i propri peccati gravi. In Italia questo terzo rituale non è quasi mai praticato, almeno alla luce del sole…”. A conclusione dell’articolo, le confessioni al Circo Massimo vengono impropriamente presentate come una risposta alle correnti più “progressiste” all’opera più o meno visibilmente nella Chiesa: “…C’è una corrente, infatti, nella Chiesa, che continua a ritenere giusto che si arrivi a dare l'assoluzione collettiva, senza più l'obbligo della confessione privata dei peccati. Ritiene questo il solo modo per salvare il sacramento da un abbandono in massa. Anche numerosi vescovi la pensano così. Ma nessuno lo dice a voce alta, perché fin che regna papa Giovanni Paolo II l’argomento è tabù. L’unico che di recente ha rilanciato in pubblico la proposta è Domiciano Fernandez, un teologo spagnolo, claretiano. L’ha fatto con un piccolo libro stampato in Italia dall’editrice Queriniana: “Dio ama e perdona senza condizioni”. Il liturgista Rinaldo Falsini, francescano, ne ha scritto la prefazione e ne ha ripetutamente difeso le tesi sul mensile “Jesus” dei religiosi paolini. Ma i vertici della Chiesa non cedono. A organizzare le confessioni delle Giornate della gioventù il cardinale Camillo Ruini, vicario del papa, ha chiamato un sacerdote della sua Reggio Emilia, don Luca Ferrari. E questi ha tenuto un corso di preparazione alle centinaia di confessori del Circo Massimo con questa idea guida: «Far capire a ciascun giovane che il sacramento del perdono non è un funerale, ma una festa». Niente pentimenti e perdoni collettivi: «Ciascuno ha una propria storia, deve guardare dentro se stesso». Ma il disagio di confessarsi a un altro uomo? I grandi numeri dei penitenti, inattesi, hanno spazzato via questa incognita. Perché per le migliaia di giovani del Circo Massimo quei preti in tonaca bianca erano degli sconosciuti. Come lo sono i confessori delle grandi basiliche o dei santuari. «E più il prete è un volto anonimo, impersonale, e più impersona Gesù», hanno detto in tanti, felici d'aver vinto ogni timidezza. Risultato: non cedendo sull’obbligo della confessione individuale, l’alta gerarchia della Chiesa è oggi più convinta di ieri d’essere nel giusto”.

Gennaio 2001

Terminato il Giubileo è ufficialmente tempo di bilanci. “Avvenire” del 25 gennaio riferisce sulla riunione alla “Domus Mariae” del Comitato nazionale per l’anno santo (“Dopo il Giubileo è l'ora della memoria”), citando le parole dell’Arcivescovo di Loreto mons. Angelo Comastri: “…Altro elemento al centro della riflessione è stato il ritorno, per certi versi anche sorprendente, al sacramento della Riconciliazione. Lo ha mostrato «in grande» l'esperienza dei giovani al Circo Massimo; ma la stessa testimonianza viene anche dai confessionali delle cattedrali e dei santuari sparsi nelle diocesi. «A Loreto - racconta il presule - avevamo 40 sacerdoti a disposizione, e molte volte non bastavano. Si era dato troppo presto per agonizzante questo sacramento. Non a caso il Papa, nella nuova lettera apostolica “Novo millennio ineunte”, ci sprona a non lasciar cadere il grande desiderio di perdono che c'è nel cuore della gente»”.



[Top] Iscritto nell'Elenco Speciale dell'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia-Romagna - Direttore responsabile del periodico locale "Via Emilia - Notiziario Santilariese" - già collaboratore del "Resto del Carlino" e della "Gazzetta di Parma" - docente universitario presso l’Università di Parma - Presidente del Forum Provinciale delle Associazioni Familiari di Reggio Emilia.