L'Unità

12 Settembre 2000

IL REPORTAGE Giubileo: questi ragazzi yuppies né dissenzienti

di Roberto Roscani

ROMA Cominciamo dalla periferia. Scuola elementare di via San Godenzo, Cassia. Dalle finestre decorate coi cartoncini colorati raffiguranti case e alberi penzolano magliette e calzoncini. Il sole di questi giorni li ha rinsecchiti più che asciugati. é il bucato del Giubileo. Sugli autobus vuoti d'agosto ci trovi soltanto i ragazzi col cappello caki e la striscetta blu, con l'immancabile "pass" plastificato e colorato appeso al collo. Man mano che ti avvicini al centro la folla dei ragazzi si fa più fitta. A via Flaminia il tram veloce (che già non è poi cos“ veloce) diventa lentissimo. La fila sulla pensilina diventa un grappolo. E i più scelgono di andare a piedi. Dove? Dovunque. Verso piazza del Popolo, verso i lungoteveri, verso San Pietro. La folla diventa muro a partire da Castel Sant'Angelo. Un muro duttile e mobile. I ragazzi sono sorridenti e stremati, accolgono come una benedizione l'acqua degli idranti. Prendono ordinatamente le bottiglie raccolte in una gigantesca catasta la cui temperatura le rende più adatte a una doccia calda che non a una bevuta. Le bandiere sono simboli quasi incomprensibili. Ormai i gruppi, dopo tre giorni di invasione, si sono disfatti, le code e le strettoie frantumano quel che resta delle comitive. Sotto bandiere spagnole senti parlare tedesco o francese o magari veneto. Ecumenici fino in fondo alcuni giovani seguono una ragazza che sorregge le bandiere congiunte della Roma e della Lazio. Chissà perché.

Ci sono cose che ti aspetti e cose che non ti aspetti. C'è, seduto per terra, un vecchio, pelle nera e capelli bianchi, che biascica parole di saggezza: mezzo barbone mezzo profeta ha trovato il suo pubblico. Chiacchiera con un prete, si lamenta di un mondo che non sopporta chi sta male, che non vuol vedere in faccia il dolore e la miseria. Racconta la sua vita di poveraccio qui, a due passi da San Pietro, in tutti i santi giorni, di tutti i santi anni che non sono poi cos“ santi. Cento metri più avanti una vecchietta gira con una scodella di plastica per chiedere l'elemosina. Nessuno la tratta male. Nessuno le dà nulla. Evidentemente carità ed elemosina non sono sinonimi per questi ragazzi cattolici. Generosi ma lontani anni luce dalle Dame di San Vincenzo.

La piazza abbracciata dall'enorme colonnato è tagliata da transenne e vie obbligate. La folla enorme si incolonna con calma: Si chiacchiera, ci si racconta delle cose viste, delle chiese visitate, ma anche dei gelati mangiati. L'"etichetta" di San Pietro va a farsi benedire. Calzoncini, canottiere, teste coperte o scoperte, gonne corte, piedi nudi. Ognuno entra come vuole e per nessuno c'è nulla di strano. Dentro San Pietro toglie il fiato a chi non la conosce, con la sua altezza che fa venire le vertigini al contrario. é talmente grande che neppure il caldo afoso di questi giorni è riuscita a togliergli quel tocco di fresco dei luoghi immensi. Come pregano questi ragazzi? Nessun fanatismo. La preghiera è un fatto collettivo più che individuale. Lungo via della Conciliazione, sotto grandi riproduzioni di Caravaggio con quei neri profondi e quelle deposizioni abbaglianti, c'è un gruppo di africani. Vengono dal Camerun. Hanno una magrezza da dopoguerra: la scritta sopra di loro dice "Beati gli ultimi". Loro sanno bene cosa significa. Nella grande marea sembra che ciascuno insegua il proprio Giubileo e tutti insieme ne facciano uno non del tutto atteso. Ieri mattina su un grande giornale il cardinale Ruini aveva messo questa moltitudine di ragazzi sulla bilancia politica delle relazioni tra laici e cattolici. Un esercito orgoglioso che doveva pesare a destra come a sinistra. é una logica veteropolitica, è uno schiacciamento italocentrico di un fatto che appare - anche a noi che cattolici non siamo - molto più grande, ma anche molto più complesso, più sfaccettato. Il giubileo dei giovani non è il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.

Se c'è una cosa che stona dentro San Pietro sono gli altoparlanti. Una voce multilingue che incessantemente parla, invita a leggere la preghiera a pagina 53. Poi una musica, una specie di pop leggero alla frate Cionfoli che "brucia" in un minuto due millenni di musica religiosa. I ragazzi sono spinti cortesemente dai volontari con la casacca blu a lasciare spazio a chi aspetta di fuori sotto il sole. Il tempo e lo spazio per pregare è poco. Il silenzio nullo. Qualcuno si inginocchia. Cerca di concentrarsi, anche se non è facile.

Questi ragazzi sono talmente tanti che Roma sembra solo loro. Tra tante bandiere ogni tanto si vedono gruppi fitti e immediatamente identificabili anche senza vessillo. Sono gli africani: vestiti stampati a colori forti. Parlano tra loro inglese o francese, non swaili o euroba. A Roma vivono almeno centomila africani e loro sicuramente non sono in ferie. Eppure attorno ai ragazzi del Giubileo non ci sono i senegalesi che vendono borse con le false griffe o profumi. Le ragazze africane che tutti i giorni lavorano nelle nostre case o sui nostri marciapiedi non si fanno vedere. é strano: pellegrine e immigrate hanno le stesse treccine e le stesse facce belle e cupe. I pellegrini e i "vu cumprà" portano gli stessi sandali e le camice sgargianti. Eppure non si incontrano. é un problema che anche la chiesa dovrebbe porsi, passata l'euforia del Giubileo.

Lontano da San Pietro il paesaggio non cambia. I ragazzi sono ovunque, a piazza Navona come attorno ai palazzi della politica. IL Senato sembra un'isola di aria condizionata in mezzo a un corteo. Davanti a piazza del Gesù sventola la bandiera del Brasile. Davanti a Botteghe Oscure (da dove lentamente trasloca la Quercia) passano velocemente dei ragazzi austriaci con la bandiera bianca e rossa e l'aquila. Nelle vecchia libreria Rinascita si cercano libri religiosi o guide turistiche nelle lingue più svariate. Con non molta fortuna.

Al Circo Massimo qualche migliaio di persone ascolta un coro di frati vestiti di bianco. é una situazione quasi paradossale, il caldo liquefa anche le bottigliette di minerale congelate che i chioschi cercano di vendere a 4.000 lire. Con pochissima fortuna. A San Paolo c'è un'altra porta santa e un'altra ressa. Dentro, mentre un gruppo di pellegrini messicani entrano in ginocchio, davanti all'altare un ballerino danza tra una musica assordante. Davanti a lui seduto su una poltrona di legno c'è un prelato con uno zucchetto rosso. Irrigidito davanti a tanto clangore. I ragazzi guardano, partecipano. Una ragazza chiama le amiche e dice loro: "Chi vuol venire stasera alla via crucis può farlo. Ma ribadisco, è totalmente volontario". Qualcuna alza le spalle. "Ma questa non è una via crucis come le altre..." ripete per cercare di convincerle. Questa basilica col suo colonnato un po' fasullo trenta anni fa era il centro della più grande e più vivace comunità di base, quella guidata da don Franzoni. Ora Franzoni non è più sacerdote, dopo anni di sospensione a divinis s'è sposato e scrive di teologia. Loro, questi ragazzi, non sanno nulla di quel passato. Non sanno nulla di una chiesa vivace e dubbiosa, quella di Paolo VI e del '68. Ma questo è l'esito di questi due decenni di Woytjla.

Fuori dalla basilica c'è una signora che guarda i ragazzi e stringe in mano i fogli rosa del Sole 24 ore. Ecco. Questo milione e passa che ha riempito Roma di due cose non si occupa. Dei telefonini (non si sente squillare una mosca, e questo è già una novità nel panorama urbano italiano) e dell'indice Nasdaq. E anche questo non è male.