Vita Pastorale

11 nov 2000

LA TERZA FORMA DELLA PENITENZA

Lettere al direttore

Ho letto l'intervento di don Tullio Ferrarese (VP 5/00 pag. 64) sulla penitenza e la prassi pastorale con particolare riguardo alla riforma della celebrazione che prevede l'assoluzione collettiva. Condivido la sua tesi e la richiesta che si prenda atto della difficile situazione e che quindi si passi dalle parole ai fatti, dalla teoria alla pratica, guardando senza paura oltre i confini. é strano che le riforme o le prassi innovative debbano arrivare in Italia sempre o quasi sempre in ritardo, come per esempio la comunione sulla mano. Come giustificare che quello che è lecito altrove non lo è qui? Anzi sembra che proprio la riforma o rito della celebrazione sia la più rispondente allo spirito della liturgia. Padre Falsini, qualche tempo fa, rispondendo a un lettore - sempre su Vita Pastorale - notava che la penitenza è l'unico sacramento che viene celebrato privatamente e questo è strano.

Padre Francesco Ravanelli Bari

Risponde padre Rinaldo Falsini.

La terza forma celebrativa, totalmente comunitaria dall'inizio al termine, che era la grande novità della riforma, anche se presentata come eccezionale e con tante clausole, si è trovata in crescenti difficoltà fino a perdere nella stessa dizione il suo carattere celebrativo e ridotta ad "assoluzione collettiva" (vedi Codice, cann. 961-963). Il suo valore non è stato dimenticato dal sinodo del 1983 nŽ dalla lettera apostolica Reconciliatio et paenitentia del 1984, ma i richiami costanti alla prima forma come "mezzo unico ordinario" hanno avuto quale effetto la riduzione se non la scomparsa in quelle chiese ove veniva praticata in alcune circostanze. é vero che la Chiesa italiana nel documento Evangelizzazione e sacramento della penitenza del 1974, pur avendo raccomandato l'uso frequente della seconda forma, non giudicava ancora matura l'esperienza della terza.

La terza forma comunque è un'autentica ricchezza e appartiene al patrimonio della Chiesa cattolica, anche se il suo uso è praticamente impedito. Le tre modalità non sono alternative ma complementari e integrative, tanto che la loro esperienza opportunamente guidata e controllata potrebbe produrre frutti autentici di vita spirituale. Infatti un valore sottolineato dal Concilio è la dimensione sociale ed ecclesiale del peccato e della penitenza, per cui la celebrazione pienamente adeguata è quella comunitaria, come suggeriscono sia LG 11, soprattutto SC 26 (carattere ecclesiale di ogni azione liturgica), SC 27 (preferenze della celebrazione comunitaria rispetto alla privata), SC 71 (natura socio-ecclesiale della penitenza), SC 109 (parte della Chiesa nell'azione penitenziale). Due anomalie caratterizzano il nostro sacramento: non solo è l'unico per il quale non è preferita la celebrazione comunitaria (era la prima forma, in linea con la volontà conciliare, proposta dalla commissione della riforma, diventata poi la terza con le note clausole), ma è anche l'unico che non può essere celebrato durante l'eucaristia, anche se di fatto viene sovrapposto alla medesima, con la "scandalosa" mortificazione di ambedue. Oltre al fatto che è il meno celebrato perché tutto si svolge in segreto, senza alcun gesto ecclesiale di riconciliazione, con l'aggravante che proprio questo termine gli viene invece inconsciamente attribuito.

L'occasione storica, veramente mancata, forse volutamente, è stata quella della Gmg con le confessioni (brutto nome) a cielo aperto, senza alcuna proclamazione della parola di misericordia, senza alcuna preghiera e canto, senza un segno fraterno di amicizia e di riconciliazione fra giovani di tutto il mondo: allora avremmo scoperto la festa del perdono e qualche richiamo del Vaticano II.

Rimando a quanto R. Barile ha annotato su Settimana di Bologna (n. 30, 27 agosto 2000, pag. 2) che condivido in pieno, perché il tema è stato sviluppato nella rubrica "Le nostre liturgie" dei nn. 2-5 di Vita Pastorale 1999. Bisogna tuttavia usare comprensione e pazienza, valorizzando in pari tempo la parola di Dio come sorgente primaria della conversione e la dimensione ecclesiale ricorrendo alle celebrazioni penitenziali non sacramentali. La prima forma non può essere emarginata, ma il timore della sua disaffezione non si giustifica con una strenua difesa. La pastorale non può avere come criterio la paura e la sfiducia. Nessuno ci può impedire di sperare che il vento innovatore dello Spirito raggiunga anche questo "angolo" della vita ecclesiale.