L'Espresso

7 dicembre 2000

CHIESA  IL BOOM DELLE CONFESSIONI

Voglia di mea culpa

Ieri era un sacramento in crisi. Oggi, grazie anche al Giubileo, i fedeli tornano a raccontare i loro peccati. E moltissimi sono giovani

di Sandro Magister

Neppure lui se l'aspettava una fiumana cos“. Monsignor Armando Dini, vescovo di Campobasso e Boiano, è stato uno dei tanti confessori mobilitati al Circo Massimo di Roma, durante le memorabili Giornate mondiali della gioventù. Ricorda commosso: "Si inginocchiò davanti a me anche un ragazzo francese che non l'aveva mai fatto in vita sua". Ma più di tutto l'ha stupito la ressa festosa con cui in quei giorni miriadi di giovani corsero a confessarsi.

A Torino lo stesso. Lì è finito da poco un Giubileo minore, con pellegrinaggio alla Sacra Sindone. E anche lì hanno dovuto rafforzare il servizio confessioni. Nel periodo clou che è durato fino al 22 ottobre, ogni giorno si avvicendavano 159 sacerdoti, con presenza costante dalle 9 alle 20, e con ascolto in tutte le lingue, anche in swahili, in tamil e in giapponese.

Al Circo Massimo, a metà agosto, i numeri sono stati ancor più da record. Millequattrocento confessori in azione, dalle prime luci dell'alba a mezzanotte. Consuntivo: 120 mila giovani confessati in tre giorni, in quello che fu lo stadio della Roma pagana.

Ma anche al di fuori dei grandi eventi i confessionali delle chiese di Roma appaiono più frequentati che negli anni scorsi. E non solo per effetto delle indulgenze giubilari che esigono la confessione previa. Don Luciano Chagas Costa, brasiliano, viceparroco del periferico santuario della Madonna del Divino Amore, sotto i Colli Albani, assicura: "Da alcuni anni confessiamo molto di più, soprattutto i giovani. Frequentano poco o niente le loro parrocchie, ma qui arrivano in gran numero e vogliono da noi proprio il sacramento del perdono".

L'impennata ha colto di sorpresa gli stessi capi di Chiesa. I quali sanno che la confessione continua a essere il più in crisi dei sette sacramenti della Chiesa cattolica. E sanno soprattutto che le maggiori spinte a disertarla vengono proprio dal"dover raccontare a un altro uomo le proprie colpe", dal "modo di confessare di certi preti" e dalla convinzione "che basta pentirsi davanti a Dio, il sacerdote non è necessario". Così hanno risposto quasi due italiani su tre, ai ricercatori dell'Università Cattolica di Milano, in una recente indagine a largo raggio sulla pratica religiosa.

Sapendo di questo disagio, negli ultimi decenni si è quindi discusso, ai gradi alti della Chiesa, se cambiare il rituale del sacramento del perdono, liberando il fedele dall'obbligo di confessarsi individualmente a un sacerdote. Appena finito il Concilio Vaticano II, nel 1966, Paolo VI affidò la questione a una commissione di teologi. E presto trapelò che questi intendevano proporre, accanto al rito della confessione individuale, l'introduzione di un secondo rito, collettivo: con mea culpa in coro da parte della comunità riunita e assoluzione impartita a tutti insieme. Risultato: alla fine degli anni Sessanta molti preti in tutto il mondo cominciarono a impartire le loro assoluzioni collettive senza più pretendere che i fedeli si confessassero in privato. E senza aspettare il via libera da Roma. La nuova prassi si diffuse rapidamente in Centro Europa, in America latina, in Australia.

Ma a Roma, Paolo VI e i suoi non la pensavano affatto così. Il Sant'Uffizio, allora presieduto dal cardinale croato Franjo Seper, sciolse la commissione degli esperti e intimò l'alt a quello che giudicava un abuso. E nel 1974 fissò in questi tre i rituali autorizzati del sacramento.

Il primo è quello tradizionale della confessione e assoluzione singola, a tu per tu con il sacerdote.

Il secondo è fatto anch'esso di confessioni e assoluzioni individuali, ma precedute e seguite da liturgie collettive di pentimento e di ringraziamento.

Il terzo rituale è quello detto della "riconciliazione di più penitenti". é fatto di una generica richiesta di perdono collettiva e di una immediata assoluzione generale. Ma è consentito solo in casi estremi: pericolo di morte o drammatica mancanza di sacerdoti in rapporto al numero dei penitenti "accertata dal vescovo del luogo". E soprattutto impone a chi beneficia dell'assoluzione collettiva l'obbligo assoluto di presentarsi "quanto prima, massimo entro un anno" da un sacerdote, per confessargli individualmente i propri peccati gravi.

In Italia questo terzo rituale non è quasi mai praticato, almeno alla luce del sole. é piuttosto in uso invece in Brasile, in Australia e in qualche diocesi del Nordamerica e del Centroeuropa. Di fatto senza esigere dai fedeli la successiva confessione individuale, nonostante i rimbrotti del Vaticano.

C'è una corrente, infatti, nella Chiesa, che continua a ritenere giusto che si arrivi a dare l'assoluzione collettiva, senza più l'obbligo della confessione privata dei peccati. Ritiene questo il solo modo per salvare il sacramento da un abbandono in massa. Anche numerosi vescovi la pensano così. Ma nessuno lo dice a voce alta, perchè fin che regna papa Giovanni Paolo II l'argomento è tabù. L'unico che di recente ha rilanciato in pubblico la proposta è Domiciano Fernandez, un teologo spagnolo, claretiano. L'ha fatto con un piccolo libro stampato in Italia dall'editrice Queriniana: "Dio ama e perdona senza condizioni". Il liturgista Rinaldo Falsini, francescano, ne ha scritto la prefazione e ne ha ripetutamente difeso le tesi sul mensile "Jesus" dei religiosi paolini.

Ma i vertici della Chiesa non cedono. A organizzare le confessioni delle Giornate della gioventù il cardinale Camillo Ruini, vicario del papa, ha chiamato un sacerdote della sua Reggio Emilia, don Luca Ferrari. E questi ha tenuto un corso di preparazione alle centinaia di confessori del Circo Massimo con questa idea guida: "Far capire a ciascun giovane che il sacramento del perdono non è un funerale, ma una festa". Niente pentimenti e perdoni collettivi: "Ciascuno ha una propria storia, deve guardare dentro se stesso".

Ma il disagio di confessarsi a un altro uomo? I grandi numeri dei penitenti, inattesi, hanno spazzato via questa incognita. Perchè per le migliaia di giovani del Circo Massimo quei preti in tonaca bianca erano degli sconosciuti. Come lo sono i confessori delle grandi basiliche o dei santuari. "E più il prete è un volto anonimo, impersonale, e più impersona Gesù", hanno detto in tanti, felici d'aver vinto ogni timidezza. Risultato: non cedendo sull'obbligo della confessione individuale, l'alta gerarchia della Chiesa è oggi più convinta di ieri d'essere nel giusto.