La Vita
Editoriale
Sono i "boys" di Gesù Cristo
Ivan Bettuzzi*
Li hanno definiti "Papa-boys" e subito sono diventati una categoria: calzoni corti, sandali ai piedi, maglietta, zaino in spalla e una croce al collo... Un fiume fragoroso e colorato di volti e di voci con Roma come meta. A dissolvere l'alone di questo marchio la voce del Papa: "Chi siete venuti a cercare a Roma? La risposta non può essere che una: Gesù Cristo". I mezzi d'informazione hanno avuto troppa fretta di appiccicare etichette e costringere dentro definizioni quanto i giovani hanno vissuto a Roma in questi giorni. Ma forse la stessa tentazione si è consumata uguale e opposta sui due versanti dell'osservazione, quello cattolico, galvanizzato dal numero delle presenze, e quello laico, infastidito dalla qualità e dalla proporzione dell'evento."Chi siete venuti a cercare a Roma?". La domanda del Santo Padre allarga i confini dell'evento riaccompagnando i giovani sul sentiero della propria ricerca personale. Ognuno di loro è giunto a Roma con una storia, un desiderio, una sete ed una fame di verità inossidabili ... Chi ha preteso di poter fotografare o riprendere dall'alto queste storie ha innescato un processo pericoloso di massificazione che sempre altera la fisionomia e la sostanza del gesto umano. Il diaframma dell'analisi di un incontro di fede deve essere, invece, misurato sui gesti di Cristo che realizza incontri sempre personali e centrati sulla storia del suo interlocutore. Le dimensioni dell'incontro non si possono, quindi, riprendere con il grand'angolo o con prospettive satellitari. Il respiro dell'anima può essere intuito solo attraverso la sensibilità di chi ha già vissuto la fatica e l'emozione dell'incontro. In questi giorni un giornalista, preparando un'intervista, mi ha dichiarato in partenza di non capire questo evento. Ho intuito che di quello che avrei detto, comunque, lui avrebbe ripreso solo la superficie delle parole. E' il rischio di questi giorni: avvolgere in pellicole di celluloide ciò che invece appartiene al mistero dell'uomo e di Dio. Un mistero che, come accadde a Mosè, non può essere raccolto con uno sguardo ma può essere intuito solo in un riflesso della sua grandezza: "Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere" (Es 33, 21-23).Rientrando insieme ai giovani, parlando con loro e leggendo i giornali, mi sono reso conto che non sono state registrate le vicende singole di questo evento: le forti attese con cui molti sono scesi a Roma, ponendo questa esperienza come vertice di una revisione e piattaforma di decisioni grandi. Non si sono misurati i silenzi, a volte inquietanti, lasciando trasparire le dimensioni del cuore dei giovani. Sono rimaste nell'ombra anche le ore passate in ginocchio o i lunghi colloqui nei confessionali, segno di un bisogno di radicalità e di trasparenza che non è ancora tramontato nel loro animo. E' stata letta solo come disagio anche la disponibilità alla fatica e al sacrificio nei chilometri di marcia e nelle ore del caldo. Non si è capito che per molti questa era l'accoglienza consapevole della logica della croce che esprime, nella sua forma, le coordinate dell'amore totale ed eterno. Li hanno definiti "Papa-boys". Non si sono accorti che anche il Papa, levigato e persino consumato dal suo ministero, si è fatto trasparente , forse anche lente di ingrandimento, alla meta di questa porzione giovane dell'umanità: Gesù Cristo, principio e culmine di ogni esistenza umana. Però chi ha guardato questo incontro con occhio limpido, dall'alto o con il grand'angolo, forse ha potuto cogliere il messaggio segreto di questo giubileo dei giovani. Dopo anni di livellamento e "omologazione" delle coscienze gli spazi si sono finalmente allargati. La vita dei giovani è stata nuovamente collocata nell'infinito di Dio, unico spazio sufficientemente grande per la sua piena maturazione. E da educatore, dopo tanti tentativi e progetti, mi sento di dire che è questo il vero luogo della prevenzione del disagio. Un'esistenza che non viene accompagnata all'incontro con Cristo viene educata a cercare mete sempre più brevi e parziali. Forse per questo da tanti giovani, ma non solo, viene presa poco sul serio.
*direttore del Centro di pastorale giovanile dell'Arcidiocesi di Ud