La Nostra Domenica
Lettera dalla Gmg a Roma
Stupiti da una fede giovane
di Massimo Maffioletti
Caro lettore, ti scrivo questa lunga lettera per raccontarti la Gmg, la grande manifestazione giubilare che dal 15 al 20 agosto scorsi a Roma ha coinvolto due milioni di adolescenti e giovani provenienti dai cinque continenti, e proporti le domande che mi sono nate quaggiù mentre vivevo e gustavo il soffio leggero e imprevedibile della "buona notizia" che i cristiani si ostinano a raccontare come verità per ogni uomo.
Probabilmente non avrai bisogno delle mie parole perché avrai già visto tutto in tv o letto sui quotidiani, saprai già tutto dei numeri della XV Giornata mondiale della gioventù e della mole indescrivibile dei papa-boys della "Woodstock cattolica" o del "Sessantotto bianco" che ha inaugurato il nuovo millennio frantumando qualsiasi previsione numerica e mettendo a tacere lo stuolo degli scettici e i profeti del secolarismo, quelli cioè che annunciavano che dopo la morte di Dio anche il cristianesimo, religione come le altre, avrebbe perso definitivamente la sua credibilità.
é presto per dichiarare un'eventuale sconfessione di quella profezia postconciliare; è presto per dire che è tutto così limpido e che i giovani (neo)credenti hanno ritrovato il mordente della loro identità e la spinta per una rinnovata sequela al vangelo; è presto per dire che questi raduni sono la rinascita della fede cristiana. Spero che la Chiesa non pecchi di trionfalismo.
Sarebbe, però, oltremodo fuorviante tacere o far finta che a Roma non sia accaduto nulla che superi la sfera del suggestivo: qualcosa, invece, sta succedendo grazie alla "Pope generation", quella di coloro che sono nati sotto il segno di Giovanni Paolo II e che oggi hanno 22 anni, tanti quanto l'attuale pontificato. Che ne sarà - s'interrogava qualcuno - del mondo giovanile dopo la morte di questa figura carismatica, di questo anziano che ha il potere di affascinare, di elevarsi a simbolo sacro e di attirare a sé gli occhi di tutti? Annunciando che la prossima Giornata mondiale sarà a Toronto nel 2002 il Papa non ha detto come a Parigi nel '97 "Ci vediamo a Roma". Cos'ha di tanto speciale nelle sue battute ("I giovani vogliono il papa sempre giovane: come fare?"; "Avete conquistato Roma e Roma è vostra perché qui c'è Pietro"; "Roma ha sentito questo chiasso e non lo dimenticherà mai più")? La Gmg - perché non riconoscerlo? - è un altro dei suoi capolavori, coi quali in quest'anno giubilare il Papa continua a stupirci e imbarazzarci: i mea culpa, il viaggio in Terra Santa, Fatima...
Disarma la lievità con cui questi ragazzi hanno accolto l'invito del Papa di venire a Roma, lanciato a Parigi, ma che viene dall'85, prima Giornata mondiale. Disarma il modo ingenuo del loro esserci, senza motivazioni sofisticate o il "teologically correct". Perciò, a maggior ragione, m'interrogo su ciò che ha da dire il vangelo al mondo oggi, mi chiedo cosa riesca a stupire le nuove generazioni e se davvero i nuovi giovani non stiano forse facendoci capire che hanno voglia di credere. Loro - i giovani del 2000 - hanno accettato di "invadere" e "conquistare" la capitale della cristianità, di attraversare per tre giorni filati la Porta santa risucchiati dall'onda umana (c'è stata poca attenzione attorno a questo gesto, che personalmente ritengo essere stato il più significativo: la fede è fatta di corpo e gesti e passare la Porta santa che è Cristo non è altro che vivere lo stesso "passaggio" che Lui ha vissuto dalla morte alla vita); di confessare i peccati al Circo Massimo, il più grande confessionale a cielo aperto; di esultare e ballare nelle dolci notti romane o al centro delle belle piazze; di adorare nelle chiese buie agli angoli di Roma; di stiparsi in pochi metri quadrati di terra per attendere una parola che li amasse, di sudare sotto il sole che arrostisce; di sopportare i disagi dei trasporti, aver bisogno di acqua, cercare gli idranti dei pompieri, mangiare e dormire poco e male, camminare chilometri per raggiungere il palco di Tor Vergata e ascoltare (i nostri ragazzi sono partiti alle quattro di sabato mattina), tra mille slogan improvvisati e applausi, la testimonianza personale del Papa, unico loro punto di riferimento in questa cultura: "Desidero dirvi che io credo fermamente" ha detto a Ferragosto davanti a tutti, come se tutti potessero/dovessero riconoscersi nel grido di fede del successore di Pietro.
Confesso: ho partecipato con curiosità a questo evento mondiale, che forse ha sancito nuovamente l'attualità dell'universalità della verità cristiana, ma ti assicuro - lettore amico - che prima di approdare alla città che custodisce la testimonianza del martirio dei grandi apostoli Pietro e Paolo, sui quali poggia la scommessa fatta dalla Chiesa alla e per la storia, anch'io nutrivo i dubbi dei "laici" circa la grande massa di giovani che andavano a Roma e sulla qualità del loro credere: che differenza c'è tra i gmgini e quelli delle spiagge o delle balere di Rimini? Sono così diversi o non sono forse proprio gli stessi? Sono sempre stato fautore del pensiero per il quale la fede deve essere necessariamente elitaria e guai se la si riduce a fenomeno di massa, se diventa spettacolo multimediale che non incide nella coscienza e sbarra la strada all'incontro personale con l'assolutamente "Altro".
Anch'io - lo ammetto - mi sono a volte accodato a coloro che avvisavano delle molteplici ambiguità di questi appuntamenti da convention americana o da mega concerti della serie "là c'ero anch'io" che mescolano l'autenticità cristiana con la semplicistica e commerciale voglia di sacro, e confondono la ricerca di Dio con un vaghissimo sentimento religioso. Anch'io non sono certo che il "giovane esercito" di Wojtyla sia così puro, abbia maturato e interiorizzato l'abc della fede, che i nostri ragazzi di oratorio non ballino o vadano in discoteca, vestano firmato, ascoltino certi profeti musicali non proprio umanizzanti o si beino delle tonificanti melodie new age, che non ritengano la verginità valore così prioritario o che non si possano avere rapporti prematrimoniali.
I dubbi mi restano tutti: sulla validità della Gmg, sulla presunta rinascita della fede nei giovani e sulla loro consapevolezza circa la richiesta provocante e controcorrente di Giovanni Paolo II, sulla sconfitta della postmodernità come l'età dell'indifferenza religiosa, su questa voglia della Chiesa di ritornare a recuperare punti in termini di visibilità e immagine, sulla rischiosa mitizzazione della figura altissima del Papa. Eppure - credimi lettore - questi giorni hanno scatenato qualcosa di tremendamente serio. Impossibile tacerne. Chi lavora nei media ha poca voglia di sporcarsi le mani e consumare byte e carta per gli "affari" religiosi. Ma questa volta ho l'impressione che sia necessario. Questa volta ha vinto lo stupore, e sarebbe stupido non cedere alla forza d'urto di due milioni di giovani beati dalla meraviglia.
Esco dal bagno di folla oceanica prima di Piazza San Pietro e poi di Tor Vergata, martedì sera e domenica mattina, dopo gli incontri del papa coi giovani, stupito e impotente a decifrare cosa sia davvero successo. Scopro che dietro il sipario del grande evento mediatizzato ci sono vite che rinascono, speranze che si accendono, storie che si aprono al futuro: qualcuno ha pregato, ha ripreso il vangelo tra le mani, ha nascosto la testa fra le mani sui banchi delle chiese romane per trangugiare il pianto; qualcuno si è preparato molto a questo incontro mondiale; alcuni dei nostri giovani bergamaschi hanno fatto più di seicento chilometri in 15 giorni, molti sono scesi in bicicletta, altri ancora hanno vissuto itinerari preparatori prima di vedere il cupolone splendidamente illuminato: non può essere tutta una bella suggestione.
é scorretto scrivere che la Gmg è soltanto fuoco di paglia, fede pirotecnica, emozionalismo a buon mercato pilotato magari di qualche spinello notturno. é scorretto scrivere che la Gmg funziona soltanto perché tutti gli altri - i laici - non fanno nulla e non riescono a parlare alla popolazione più giovane (vedi Michele Serra su Repubblica del 18 agosto). é scorretto trattare il fenomeno religioso come qualcosa di non rilevante culturalmente o un foruncolo da eliminare.
La Gmg mostra che il cristianesimo ha un impatto sociale che non si può spegnere, perché ha a che fare con la sete personale di assoluto e con quella voglia di fraternità che spinge a desiderare un mondo migliore. Vedere che si può credere insieme, sapere che qualcuno è venuto a Roma per fare soltanto un'esperienza di fede e comunione: questo forse non fa notizia o non interesserà i grandi media, spesso banalmente pruriginosi, ma è un "fatto" (ma anche i grandi media si sono arresi all'evento). Difficile da comunicare, perché la fede non è soltanto difficile da vivere: è difficile da dire. Ma è un "fatto". E ci sono esperienze e storie bergamasche, quasi piccoli miracoli, che abbiamo cercato in questo numero di raccontare.
Abbiamo intenzione di confezionare un libro a cura dell'Ufficio della Pastorale giovanile e della nostra redazione per disperdere il dono di questa esperienza. Abbiamo chiesto e chiediamo ai ragazzi e ai loro preti di inviare alla nostra redazione impressioni, poesie, preghiere, sensazioni che raccontino ciò che è accaduto. Ma anche foto che documentino scene di vita gmgina.
Chi è questo papa che osa chiedere così tanto a queste generazioni - "Non abbiate paura di spalancare la porta a Cristo"; "Siate i santi del nuovo millennio"; "Siete le sentinelle del mattino all'alba del terzo millennio"; "Non vi presterete a essere strumenti di violenza e di distruzione"; "Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!"; "Gesù è colui che cercate quando sognate la felicità"; "Vivete l'Eucarestia testimoniando l'amore di Dio per gli uomini"; "Di parole intorno a voi ne risuonano tante, ma Cristo soltanto ha parole che resistono all'usura del tempo e restano per l'eternità" -, che promette la croce e una felicità a caro prezzo, che identifica la libertà personale nel servizio a Cristo, che propone valori impopolari e banditi dalla cultura attuale? Chi è questo uomo dall'indiscussa e spiccata autorevolezza che dialoga e scherza direttamente coi giovani per inchiodarli alla scelta "impossibile" e "paradossale" del cristianesimo? E chi sono questi giovani che, secondo Montanelli sul Corriere del 17 agosto, sono giunti a Roma per ascoltare "un vecchio uomo che le parole, anche nella sua lingua, le spiccica male, con fatica, e per dire cose di cui la più moderna e aggiornata ha duemila anni di età?".
Sono le domande che si son fatti tutti, prima, durante e post l'invasione pacifica di metà agosto. Il Papa - la sua interrogazione resterà un chiodo nella storia, perché è la domanda a cui il vangelo vuole rispondere - prende sul serio i "suoi" ragazzi, "mia gioia e mia corona", e li mette di fronte all'evidenza di una domanda da cui non si può fuggire perché è quella esistenzialmente irrinunciabile per l'uomo: "Che cosa, o meglio chi, siete venuti a cercare? La vostra presenza è già una risposta. Non lasciate che il tempo trascorra come se fosse tutto un caso"; e non teme di anticiparne la risposta: Gesù, colui che "per primo viene a cercare voi" e che "ci ama anche quando lo deludiamo". Ci vuole coraggio a proporre questo nome ad alta voce, ci vuole coraggio a pronunciarlo a un mondo che non si è arreso all'evidenza di un evento umano-religioso che invece bandisce la paura e la vergogna di dirsi e sentirsi gioiosamente credenti.
In un'intervista televisiva di qualche giorno fa il cardinale Martini di Milano sottolineava come la Gmg significhi che non soltanto è possibile credere, ma è soprattutto bello. Questo mi pare uno dei tratti interpretativi dell'esperienza romana appena conclusa: la bellezza del credere; e la sua pubblicità o visibilità non è uno scandalo. O meglio, è uno scandalo per coloro che ritengono la fede in Gesù di Nazareth un'assurda contraddizione umana e un'offesa alla libertà. Chi l'ha detto che la fede è una cosa triste? é triste pensare che non lo sia, semmai. Durante le giornate e le notti della Gmg si respirava un clima di festa, un'aria che non ritrovi e non riesci a costruire durante l'anno ma che proprio per questo ha qualcosa di profetico e promettente: una piccola metafora della possibile fraternità che i giovani qui hanno creato e che attende l'uomo in modo definitivo e duraturo.
Dovevi esserci, caro lettore, la sera del 17 agosto quando i bergamaschi si sono incontrati a San Giustino, una delle due nostre parrocchie bergamasche a Roma: le confessioni mi hanno commosso (faccio il prete e il giornalista insieme, ma non so se confessare da giornalista o fare il giornalista confessando in questo caso mi abbia aiutato; so che il mio mestiere mi vieta di tacere ciò che il mio ministero ha "toccato" quel pomeriggio: dobbiamo trattare i giovani più seriamente; chi ha il coraggio di proporre ciò che davvero chiedono dal mondo e dalla comunità degli adulti? E loro non chiedono meno dell'eternità, anche se spesso è dell'effimero che si nutrono), la Messa del vescovo Roberto - ha condiviso tutta l'esperienza coi suoi giovani come ha raccontato nell'intervista a L'Eco di Bergamo domenica scorsa - con i curati accompagnatori, la condivisione della cena nel grande anfiteatro all'aperto dell'oratorio della borgata romana, e soprattutto le mani e gli occhi che involontariamente si cercano per parlarsi e dirsi tutto quello che in nessuna altra occasione al mondo si avrebbe il coraggio di dire. La gioia è una realtà che puoi anche tagliare a fette e vendere, a patto di condividerla. Ed è contagiosa, quando è sincera. Il desiderio di stare insieme, la naturale voglia di conoscersi da sempre, danzare e cantare... incontrarsi. Certo, la vita non è tutta danza ed emozioni; certo, la nostra cultura è più complessa dei corpi che s'abbracciano festosamente, ma le domande e le attese radicali sono molto più semplici e sempre pari ai grandi sogni. Dovevi esserci, caro lettore, nei giorni dell'infinito cordone umano che ininterrottamente conduceva i giovani alla Porta santa (dal 16 al 18 agosto) e li introduceva nel sacrario della storia cristiana là dove la fede affonda le radici nel "corpo" di Pietro, apostolo primo. Dovevi esserci in quelle veglie dove il Papa con gli occhi scavati cercava quelli di centinaia di migliaia di ragazzi per confidarsi, parlando a tu per tu. Alcuni ragazzi sono fuggiti alla sorveglianza per correre ad abbracciare quell'anziano forte. Dovevi esserci nelle notti da sonno a camminare lungo il Tevere mentre s'improvvisavano cori e concerti. Dovevi esserci nelle chiese dove il silenzio invitava all'abbraccio con il pezzo di pane più del pane. Dovevi esserci per le strade a raccogliere i corpi stanchi dei giovani che non ce la facevano più o nel pratone di Tor Vergata stremati dal caldo e dall'attesa.
Ritorno ancora alla domanda centrale: perché sono venuti a Roma quasi 3mila bergamaschi, due milioni e forse più dai quattro angoli del mondo? Cosa hanno cercato? Cosa cercano per il loro futuro? Lasciami esprimere ciò che ho visto: voglia di fare ed essere corpo in un mondo che promette globalizzazione di servizi e potere ma lascia tutti in un cumulo di frantumi; voglia di testimoni che non vendano aria fritta, bisogno enorme di tanta fraternità da non confondere con la semplice e filantropica fratellanza. La fraternità è la vera profezia e la testimonianza della Gmg. Il vangelo non può essere di meno di questa sfida: promettere felicità proprio là dove ti aspetteresti la morte.
Caro lettore, mi sono lasciato "convertire" dai giovani della Gmg, che non s'impongono e non hanno pretese, non assomigliano ai rampantelli che produce la nostra società, e non sono nemmeno degli intellettuali. Sono giovani che hanno voglia di pace e di silenzio, che bussano alle nostre porte per un senso che finora nessuno è stato capace di offrire loro. Ho cercato di ascoltare questo popolo silenzioso che non spinge per esserci, ma che c'è con l'orgoglio di ciò che porta condiviso nel proprio cuore. La Gmg non è stata una Woodstock cattolica (o Godstock), come titolava Repubblica prima dell'evento, ma un grande e immenso incontro di preghiera e di fraternità. Un osanna grande come due milioni di gole.
Il prossimo appuntamento è a Toronto, in Canada, per l'estate del 2002. Non so se i ragazzi di Tor Vergata saranno in grado di vivere l'invito del Papa che ha chiesto loro di osare alto, di dire "sì" a Gesù Cristo, di essere portatori di pace, di testimoniare la croce, magari pagando con la vita. "é difficile credere - ha detto il Giovanni Paolo II - ma con l'aiuto dello Spirito è possibile". Questo è il compito dei nostri oratori e delle nostre comunità cristiane, dopo lo spettacolo di gioia e la carica di speranza: è lì che bisogna giocare la carta dell'educazione e dell'accompagnamento maturo dei nostri giovani alla fede. Sì a Roma o a Toronto; ma soprattutto sì all'oggi della nostra Chiesa di Bergamo.