Avvenire

25 gennaio 2001

IDEE/1 Intervista con il teologo. "Il miracolo di quelle giornate? Segni essenziali al momento giusto" "Liturgia al passo della Gmg"

Come integrare linguaggi giovanili e tradizione? Parla Sequeri

"A Roma abbiamo visto all'opera la "regia" che gli studiosi hanno sempre sognato"

Gianni Santamaria

Una marea che si muove, che applaude, coinvolgendo nella "ola" entusiastica anche Giovanni Paolo II, che batte il ritmo anche lui con le mani. Ma anche gruppi di ballerini e cantanti inseriti con le loro coreografie nello scenario solenne di piazza San Pietro. Chi non le ricorda? Sono le immagini della Gmg. Un evento fatto soprattutto di gesti e di segni, che hanno saputo parlare a chi c'era e a chi stava a casa davanti all tv. Quale eredità hanno lasciato alle comunità cristiane? I linguaggi, tipici dei giovani, in quale modo possono entrare nella struttura del rito, senza creare tensioni con quella che è la tradizione liturgica consolidata? Cosa insegnano le giornate di Tor Vergata? Don Pierangelo Sequeri, teologo e musicista a Milano, è una delle persone più adatte a rispondere a queste domande.

Qual è l'elemento decisivo per armonizzare i nuovi linguaggi, non solo verbali, con la tradizione liturgica?

"La regia, intesa come "congegno" liturgico e rituale. A Roma ne abbiamo vista all'opera una di quelle che gli studiosi come me scrivono sui libri, sognano, e sperano di veder realizzate. Di grande calibratura tra l'esigenza di accogliere una gestualità e una presenza inevitabilmente di massa e quella di salvaguardare il profilo alto di simboli incisivi, di immagini praticamente senza sbavature. Insomma, è avvenuto il miracolo del segno essenziale al momento giusto. Così anche il calore del movimento e del canto prendono il loro spazio senza svilire la struttura complessiva. Occorre la misura, l'aplomb per fare interagire il nuovo e il tradizionale. Certo, Tor Vergata è stata un'evento unico, che non si può trasportare direttamente nelle parrocchie. Va però sottolineata questa musicalità dell'insieme: il ritmo giusto, la proporzione dell'immagine, l'evitare sproloqui verbali. Se si riesce a realizzare questo, cadono tutte le chiacchiere su nuovo e vecchio, sull'happening e così via”.

Quali altri elementi di quei giorni possono contribuire a creare una cultura diffusa su questi nuovi linguaggi?

"Il senso dell'economia. Evitare lo spreco di segni. Altro che spettacolo! Roma 2000, un così grande evento, ha restituito, paradossalmente, l'idea della sobrietà liturgica. Anche le danze occupavano il posto giusto. Con un lieve profumo da Cantico dei Cantici, che si sposava alla solennità. Secondo elemento: nonostante la centralità del Papa in dialogo con i ragazzi, esaltata anche dalle riprese televisive, chi era lì ha potuto vivere una coralità della scena. La sensazione era che ci fosse una distribuzione dei ruoli, un'osmosi tra culto e assemblea".

Ma i nuovi linguaggi non rischiano anche di essere un fattore di rottura all'interno dell'assemblea?

"L'assemblea è "a rischio" per definizione. In un attimo si trasforma. é molto delicata da gestire. Se, però, ha dei punti semplici, ma eleganti, di polarizzazione, tiene la sua forma. Poi dentro la struttura ciascuno è come può e deve essere: il ragazzo come ragazzo, l'adulto come adulto. Il rito è la stilizzazione della vita reale, ne indica l'essenza, non la rappresenta. Il segno dell'abbracciarsi recitato nella danza o nell'allargare le mani del sacerdote non è la stessa cosa dell'abbracciarsi di tutti i giorni. Paradossalmente ciò che può sembrare più reale è più banale. La stilizzazione, invece, è fatta apposta per incantare. Ciò non succede se prevale l'elemento didascalico o il movimento emozionale. Per questo far entrare musica, danza, gesti nella liturgia può far pensare "addio è finita". E invece no. Se diventano rituali, colpiscono anche una grande folla. E se è avvenuto con i grandi numeri deve essere ben possibile in una parrocchia".

Cosa ha insegnato Tor Vergata anche per altri momenti non liturgici?

"Senz'altro chi si sente attratto nel modo giusto è spinto a sentirsi più coinvolto nel futuro. Ma il discorso si può allargare anche a livello ecclesiologico. Per chi ha partecipato ho l'impressione che non si sia trattato di un incoraggiamento al concetto di Chiesa di massa, ispirata dall'idea che l'importante è trovarsi insieme. Realizzato in quel modo, lo stare insieme in realtà consente ai partecipanti di assimilare piuttosto l'idea di una Chiesa che nella sua essenza è legame interiore. Quando questa idea si unisce ai simboli del convenire, del partecipare e dell'affratellarsi, non c'è più massa amorfa, folla sovraeccitata. E questo è una gran cosa per il futuro".

Che posto dare alla creatività, in rapporto alla tradizione?

"Non c'è bisogno di enfatizzarla. Oggi sono tutti creativi. Io lavoro attraverso la musica con bambini handicappati. Il loro investimento creativo è direttamente proporzionale alla solidità del lavoro che hanno fatto, con grande entusiasmo, per impadronirsi di quella tecnica che permette loro la felicità della partecipazione. Io non insegnerei cos'è la creatività, darei una "ragioneria" dei segni. Il ruolo di chi guida è pensare un congegno che permetta un'esperienza delle buone regole. Esse danno una felicità dello spirito che è facilissimo poi riempire con la propria personalità in modo non massificato. E che si trasforma in un'intuizione. Nella prossima liturgia potrà nascere un canto nuovo, un gesto nuovo, impararando a collocarlo in modo che faccia effetto. Altrimenti diventa un espediente destinato a cadere. Occorre, però, che i ragazzi facciano esperienza. E non solo una volta ogni due anni. Qui si inserisce la cura nelle parrocchie della tradizione antica. Anche nelle domeniche ordinarie e nelle feste tradizionali si deve fare un esercizio mistagogico, attraverso veglie o altri momenti liturgici. In modo da affinare la capacità di creare una tensione, insieme alta e semplice, alla ricerca di un segno che rigeneri lo spirito".