L'Espresso
24 agosto 2000
GIUBILEO DEI GIOVANI APOTEOSI DA 250 MILIARDI
Giovanni Paolo Superstar
Chi sono. Cosa pensano. Cosa li unisce. Sfila l'esercito di Wojtyla. Oltre un milione di ragazzi. E Roma diventa il loro spettacolare palcoscenico
di Marco Damilano
Quando il puntino bianco entra all'interno del colonnato di Bernini l'enorme piazza si increspa, ondeggia, esplode nelle ole, nei cori da curva sud. Lo acclamano con tamburi e maracas. Gli gridano "ti amiamo" in tutte le lingue. Cantano a una voce l'Emmanuel, l'inno ufficiale dell'incontro. Lui, sornione e in piena forma, si sente uno di loro. Mai vista una scena cos“ in Piazza San Pietro. é l'apoteosi del pontificato di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II superstar.
é solo l'antipasto di quello che avviene nella notte tra il 19 e il 20 agosto, quando la spianata di Tor Vergata accoglie, secondo le previsioni, un milione e mezzo di giovani pellegrini. Qualcosa a metà strada tra le cattedrali medioevali e le discoteche.
E ora anche le pie discepole del Divin Maestro e le monache di clausura possono finalmente tirare un sospiro di sollievo. Per nove mesi hanno cucito e ricamato a mano i paramenti indossati dai celebranti della messa finale. Seimila casule e stole per i concelebranti, seicento mitre per cardinali e vescovi di tutto il mondo. Prime fra tutte, naturalmente, quelle coloratissime di papa Wojtyla. é la Mission-is-possible dei giovani cattolici, come l'ha ribattezzata un gruppo di ragazzi austriaci. Gli United Colors di Giovanni Paolo II. I ragazzi di Hong Kong hanno raffigurato Wojtyla su un tazebao, con i ray-ban sugli occhi, che chiede: "é qui la festa?". Nessun dubbio sulla risposta.
Da lunedì 14 agosto Roma è per una settimana più che mai caput mundi. Invasa da oltre settecentomila giovani pellegrini di tutti i continenti. Canadesi, algerini, polacchi, neozelandesi, ruandesi, mongoli. Sono arrivati in aereo, in treno, in bicicletta, a piedi. Vivono in condizioni spesso opposte: la pattuglia dei sudditi di Ranieri di Monaco dove il cattolicesimo è religione di Stato e gli indiani perseguitati. Ciascuno porta i simboli della sua terra: gli scozzesi il whiskey, gli argentini un dépliant turistico intitolato "l'ultima tentazione", gli svedesi una rivista con un sondaggio su giovani e sesso. Sono venuti per vedere il papa, certo. Per il loro giubileo, anche. Ma soprattutto per rivendicare il loro diritto a esserci. "Cosa mi unisce ai miei coetanei? Condivisione, gioia, futuro", afferma Clara, scout sudcoreana. Niente buonismi, però. "Non stiamo qui per accampare pretese, ma per svegliarci dal torpore", dice Valentina, 27 anni, romana. "Siamo qui con occhi e orecchie ben aperti per capire", aggiunge Imaris, cubana, della Comunità di Sant'Egidio. "Siamo in un mondo che ha smesso di farsi le domande più importanti", sottolinea Gennaro Ferrara, salernitano, presidente dei giovani di Azione cattolica. "Il pellegrinaggio è il simbolo che noi vogliamo tornare a cercare". E il papa? "Crediamo in Cristo e anche nel pastore. Ma non siamo i Wojtyla-boys". La parola-chiave è speranza. Versione cattolica dell'utopia, altrove caduta un po' in disuso.
Le redazioni dei giornali sono travolte dalle dosi sempre più massicce di numeri e dati forniti dagli organizzatori. Venticinquemila i volontari in maglietta azzurra, 160 i paesi rappresentati, 780 i gazebo per la vendita dei gadget. E ancora: milleduecento fontanelle, quattro milioni di bottiglie di acqua minerale, 700 padelle, 15mila bagni chimici azzurri, piazzati alla meno peggio di fronte alle facciate delle chiese. L'intera città si è tramutata in un palcoscenico per concerti musicali, pieces teatrali, adorazioni eucaristiche, balletti, perfino sfilate di moda.
Il Circo Massimo è stato trasformato in un enorme confessionale all'aperto, con oltre duemila preti di tutto il mondo all'opera, prenotati da molti mesi via Internet. Costo della kermesse: duecentocinquanta miliardi. Cifre record. Un evento che polverizza ogni precedente, Gay Pride in testa. La mania dei numeri ha contagiato anche i volontari più periferici. "Ospitiamo ottomila persone in ventiquattromila metri quadri", dice Maurizio, 29 anni, vinaio, responsabile dell'accoglienza a Commerce-city, mega-struttura commerciale sulla via Portuense che sarà inaugurata tra un mese, in questa settimana espugnata dai pellegrini spagnoli, coordinati da trecento volontari che hanno fatto di tutto, dalla pulizia dei casermoni al servizio d'ordine notturno. Le stesse scene si sono ripetute un po' ovunque, nelle parrocchie e negli istituti cattolici, e non solo.
La storica scalinata di lettere all'università "La Sapienza", teatro della contestazione sessantottina, è diventata una doccia a cielo aperto per mille ragazzi. 500 scuole sono state affidate chiavi in mano ai parroci e ai volontari dal 7 al 25 agosto: una "cessione di sovranità" che ha suscitato la resistenza di alcuni presidi e direttori scolastici, indignati con l'ordinanza del ministro degli Interni Bianco che definiva la Giornata Mondiale della gioventù un'emergenza. Ma la Gmg non è un'emergenza e non ha nulla di improvvisato. Dietro l'alluvione dei numeri c'è una strategia che viene da lontano.
Almeno dall'84, quando alla fine del Giubileo straordinario convocato in quell'anno, il papa affidò ai giovani il compito di dare l'assalto al cielo. "Non siate passivi, assumetevi le vostre responsabilità in tutti i campi a voi aperti nel nostro mondo", li spronò un anno dopo. Nel 1987 il primo raduno internazionale a Buenos Aires. E poi Santiago de Compostela, Czestochowa, Denver, Manila, Parigi, cui va aggiunto l'incontro di Loreto dei giovani cattolici europei dell'autunno 1995.
Tappe di un cammino di riconquista che a Tor Vergata vede il suo culmine e che il direttore di "Avvenire" Dino Boffo riassume così: "Quindici anni fa c'era un'aria di ineluttabile sconfitta. La religione era sentita in ritirata. Oggi la fede è vista anche dai laici come un "di più" di bellezza e di libertà. E quello dei giovani è il campo dove meglio si è disegnato il riscatto". Loro, i protagonisti dell'evento, rifiutano di farsi ingabbiare nel cliché. Il kit del pellegrino, maglietta, bisaccia, cappello e foularino li unifica, la provenienza geografica e ecclesiale li differenzia. "Siamo contro ogni omologazione: la Chiesa ha volti diversi, è giusto che li metta in campo tutti", dice Zoé, ventiduenne francese della famiglia dell'Assunzione. Qualcun altro però teme che, passata le festa, i cattolici tornino a riproporre spaccature.
Le discussioni più accese si sono verificate a porte chiuse nell'Onu dei giovani cattolici, il Forum che raccoglie trecento ragazzi di tutti i continenti e che ogni volta prepara il messaggio finale della Gmg. Riuniti per tre giorni in un grande istituto sull'Aurelia hanno discusso di famiglia, scuola, volontariato e politica. Risultato: qualche generico impegno di buona volontà. E qualche mugugno per i relatori troppo legati alla mentalità occidentale. Adesso arriva la grande veglia di Tor Vergata e ancora una volta toccherà a papa Wojtyla mettere d'accordo tutti. La Giornata mondiale è l'ultima personale sfida del vecchio combattente a un mondo piuttosto distratto. La Chiesa butta nella mischia le divisioni di un esercito che non conosce confini: il colonnato di Bernini rivestito con le bandiere di tutte le nazioni, un milione e mezzo di lucerne accese per illuminare la notte. Basteranno? Nonostante il trionfo neppure Giovanni Paolo II può sfuggire all'inquietudine della domanda che Gesù pose al primo papa della storia, Pietro il pescatore: "Quando tornerò troverò ancora la fede sulla terra?"