La Repubblica
21 Agosto 2000
I FIGLI DEI FIORI TRENTA ANNI DOPO
di EUGENIO SCALFARI
Li abbiamo visti; li abbiamo visti muoversi per le vie di Roma, città aperta e giubilare mai come in questi cinque giorni; li abbiamo visti e contati alle benedizioni papali a San Giovanni, a San Pietro, a Tor Vergata, nel rito della confessione al Circo Massimo, nel rito della Via Crucis al Colosseo, alla Porta Santa della Basilica maggiore.
Li abbiamo ascoltati cantare, pregare, applaudire, parlare tra loro e con noi, testimoni curiosi d'un evento inconsueto. Abbiamo ascoltato e visto la loro allegria, la loro mitezza, la loro docile disponibilità.
Abbiamo letto le cronache della loro dolce ed educata invasione, abbiamo letto i commenti che li riguardano. Ora dovremmo tirar le somme. Chi sono? Perché sono venuti? Che cosa e chi li ha mossi sotto un sole spaccapietre con l'unico refrigerio degli idranti dei pompieri romani che li innaffiavano ogni volta che potevano?
I commentatori hanno già risposto in vari modi a queste domande, ciascuno - come è inevitabile - ha colto in questo immenso raduno giovanile ciò che voleva cogliervi e ogni interpretazione era plausibile perché in esso c'era di tutto: la fede, la speranza, la continuità, il futuro, l'amore, l' ecumenismo, la fratellanza, l'obbedienza ai pastori, l'indipendenza dai pastori, la famiglia, la libertà sessuale, tutto e il contrario di tutto ma senza lacerazioni, senza complessi di colpa dissolti - se mai - dal lavacro della confessione di massa.
C'era tutto e chi ha voluto estrarre da questo tutto un senso e un sentimento dominante non ha dovuto fare molta fatica a trovare quello che più faceva per lui, compresa l'ironia sulle contraddizioni di questo gregge parrocchiale guidato da frati con le chitarre a tracolla che suonavano a tempo di rock.
Ho molto timore che nel tirar le somme d'un evento così complicato perché così semplice finisca anch'io per vedere e cogliere solo ciò che mi corrisponde. Perciò sarò molto cauto e minimalista. Un milione e mezzo o anche due milioni di giovani in gita nella Roma del Giubileo valgono di più dei due milioni che affollano la Riviera adriatica senza croci e litanie? In che cosa sono diversi e in che cosa simili? E quanto - gli uni e gli altri - sono diversi dai loro padri che venivano ai funerali dei leaders politici e alle marce di protesta del sindacato? Lì c'era l'ideologia e i legami di classe, qui la fede e la pratica del volontariato, ivi compresa l'industria del volontariato che sta diventando un "business" di dimensioni tali da fare impallidire le famose cooperative rosse dell'Emilia e della Bassa Padana.
Molti colleghi che hanno affrontato questi argomenti si sono chiesti: e i laici? Dov'è la cultura laica, che cosa sa dire e opporre all'onda dei giovani che marciano dietro alla croce cantando a tempo di rock? Mi chiedo se una simile domanda sia pertinente, ma è stata posta con insistenza, eluderla non è possibile, perché mai dovremmo eluderla?
Questi giovani vogliono stare insieme, ecco un primo aspetto che mi sembra certo. Le loro associazioni, i loro circoli, le loro parrocchie soddisfano anzitutto questo bisogno indirizzandolo verso obiettivi pratici, dal calcetto all'assistenza, dall'insegnamento catechistico al servizio nelle mense dei poveri, degli immigrati, degli studenti. Raduni come quelli di Roma coronano la pratica dell'insiemitudine, le conferiscono il timbro dell'ecumene, della multirazzialità, della solidarietà come comandamento universale: ama il prossimo come te stesso.
é un modo per sfuggire la condizione solitaria cui la modernità di massa condanna gli individui in genere, i giovani in particolare. L'insiemitudine come antidoto alla malattia dei tempi nostri: siamo tra noi, siamo tanti, stesse magliette, stessi slogan (o preghiere in questo caso), stesse canzoni. Basta per fare di questa folla un soggetto collettivo?
Oltre trent'anni fa i figli dei fiori sentivano lo stesso bisogno e lo appagavano a loro modo con la loro musica, la libertà sessuale appena scoperta, i jeans e le minigonne, il femminismo, il pacifismo e la non violenza. Durarono poco meno d'una decina d'anni, una parte delle loro conquiste è stata metabolizzata ed è entrata a far parte del costume, il resto è stato cancellato dal tempo. Molti di loro hanno scoperto che il potere tanto detestato non è poi così detestabile e ci si sono immersi con alterne fortune ma con intensa cupidità. Questo per dire che il bisogno di insiemitudine è tipico d'ogni generazione che si affaccia sulla scena: da solo non basta a trasformare una folla in un soggetto sociale.
Questi ragazzi che per cinque giorni hanno vissuto davanti ai nostri occhi manifestano però un sentimento intenso di solidarismo sociale e questo è il secondo punto certo; si dichiarano contrari al consumismo esasperato, all'egoismo degli interessi, al fascino di far danaro attraverso il danaro. Il danaro serve anche a loro, beninteso, ma per il suo valore d'uso, per le cose che può comprare e che sono necessarie a organizzare e diffondere il loro solidarismo. Danaro per opere di bene, opere che creino danaro che servirà a finanziare altre opere; non è stato addirittura il papa a ringraziare alcuni sponsor di queste benefiche iniziative regalandogli uno spot pubblicitario senza prezzo? Non è Comunione e liberazione la punta di diamante di questa filosofia della prassi? Non è la Compagnia delle Opere lo strumento di eccellenza che attua la suddetta filosofia? E vorrei aggiungere: non è Roberto Formigoni il portabandiera, il tedoforo di quelle Opere? E non è l'Opus Dei l'altra e parallela confraternita che incarna la visione delle Opere e la gestione del potere che ne deriva?
I ragazzi di Tor Vergata non sono le milizie di Cl e dell'Opus Dei, vengono dai loro paesi d'Italia e di tutto il mondo, il potere non è nei loro pensieri, i loro punti di riferimento sono san Giovanni Bosco, san Francesco di Sales, il poverello d'Assisi. Ma Cl e Opus Dei sono i corpi scelti di quest' ondata, la sua ossatura portante, le teste pensanti e le strutture organizzative che la sostengono e la consolidano.
Non voglio affatto affermare che queste "cappellanie" e altre consimili siano condannevoli, censurabili, sospettabili, ma dico però che il gioco del potere è il loro gioco, dico che nella società ecclesiastica esso è da anni in pieno sviluppo e che da anni esso si è diffuso largamente anche nella società civile e laica, ha occupato buona parte del potere bancario, ha creato reti d'interessi solidissime, clientele elettorali formidabili. Infine è su questo crinale che si combatterà la scelta del Conclave quando quell'ora arriverà.
I giovani di Tor Vergata sono innocenti da questi peccati del potere; non toglie che essi siano commessi da coloro che marciano con loro, pregano con loro, si confessano con loro e con loro sono assolti. Azzardo un'affermazione che so temeraria: io non credo che quel tipo di peccato, voglio dire il gioco del potere per il potere, sia mai stato confessato: esso non è contemplato in quanto tale perché se così non fosse i quattro quinti dell'esperienza democratico-cristiana avrebbero dovuto essere censurati non già dagli avversari politici ma dai confessori di Santa Romana Chiesa. Avvenne il contrario e, quel che peggio, continua ad avvenire.
Questi giovani però coltivano dentro di loro un puro sentire, sono felici di trovarsi assieme, hanno fiducia nel futuro e operano nei modi possibili per amare concretamente il prossimo, sovvenire i deboli, combattere ogni discriminazione di razza e forse anche di religione. E hanno il Vecchio Papa come propria bandiera carismatica. E Lui se lo merita.
Papa Wojtyla è uno dei personaggi più grandi che siano vissuti a cavallo del millennio: missionario dalla testa ai piedi, conservatore e rivoluzionario, indulgente e severo. Infine grande attore, comunicatore, mediatico. Dicevo che c'è di tutto in questa folla di giovani così come c'è di tutto nel personaggio di Wojtyla. L'incontro con l'entusiasmo dei ragazzi di Tor Vergata era scritto, inevitabile come un destino.
Resta un punto in sospeso: Wojtyla non ha mai ceduto di un pollice alla Chiesa dei laici, ha riaffermato in ogni occasione il centralismo curiale contro la chiesa dei Concili e il potere assoluto del papa sui vescovi e sulla stessa curia. Ma questi giovani che lo inneggiano rappresentano l'esempio vivente della chiesa dei laici, dei diaconi, delle comunità, delle missioni, del volontariato. Wojtyla predica la religione della vita e loro sono in piena sintonia, ma predica anche una morale sessuofobica e da quell'orecchio non pare che sentano molto le sue parole. Riafferma il celibato dei preti, il maschilismo nell'amministrazione dei sacramenti, ma su questi temi l'eco dei suoi messaggi diventa fievole.
Se i ragazzi di Tor Vergata e tutti quelli che a essi somigliano diventeranno morbida cera nelle mani delle varie Cl, Opus Dei o dei vari monsignor Ruini, avrà vinto alla fine il Papa conservatore; se questo non avverrà la chiesa sarà scossa da una sua propria rivoluzione di portata radicale e, appunto, ecumenica.
I laici non religiosi sono, ovviamente, interessati a questi processi e a questi sviluppi. Hanno una voce propria da manifestare, messaggi propri e alternativi da opporre?
Il problema è mal posto perché i laici non religiosi non sono una chiesa, per definizione, non hanno un'identità morale neppure tra di loro, non pensano che esista un'assoluta e quindi unica verità. I conti col tempo, col prossimo, con l'amore, con la morte, li fanno ciascuno per sŽ. Sanno che non c'è giustizia senza libertà nŽ libertà senza giustizia e da questo punto di vista sentono i giovani di Tor Vergata come propri figli e fratelli, perciò si peritano di metterli sull'avviso da falsi profeti falsi pastori.
Ma poi: faccia ciascuno la sua strada, inventi ciascuno il proprio futuro, scelga ciascuno il proprio bastone da pellegrino cui appoggiarsi durante il viaggio. La natura crea tutte le forme che scaturiscono dal suo grembo, nessuna di esse è privilegiata o predestinata ad alcunchŽ salvo che a vivere nella pienezza e nell'amore.