21 agosto 2000
il Messaggero
Un evento della portata del giubileo non può che essere letto a strati.
E’ ciò perché il Grande Evento è scomponibile in una serie di altri “eventi”.
Eventi nell’evento. Ciascuno di essi, con tutte le prudenze e le cautele quando l’emozione e l’emozionalità campeggiano, merita attenzione. Proviamo a scomporre gli scenari.
Il Giubileo è innanzitutto un evento con cui la Chiesa Cattolica, ha misurato la sua capacità di presa sul mondo moderno. Bisogna aggiungere anche che essa lo ha fatto come Chiesa che ribadisce il suo concetto di realtà “universale”. Con la sua organizzazione piramidale, con il suo vertice nel magistero pontificio. Il Giubileo s’è rivelato un gigantesco sondaggio sulla disponibilità dell’uomo oggi ad identificarsi nei simboli religiosi.
Il Giubileo come evento planetario ha testato la capacità di Roma di mantenere il suo fascino di “quello della civiltà”, ma anche la capacità della Roma di oggi di sostenere l’impatto moderno e globale di questa eredità storica.
Non c’è dubbio che questo Giubileo segni il culmine e fornisca anche la chiave interpretativa del pontificato di papa Giovanni Paolo II.
Egli non solo lo ha fortemente voluto, ma ne ha determinato la chiave simbolica inserendolo nell’ottica del “terzo millennio”. Ciò nella prospettiva di una vicenda umana che il Pontefice legge con una grande volta storica capace di cambiare l’ottica del mondo.
Non è esagerato dire che per certi versi il Papa ha “voluto vivere -tra malanni e fatiche che tutti hanno visto e per i quali tutti hanno patito l’ansia che si prova quando sta male chi si ama- ponendosi alla testa della sua Chiesa quando essa varcava la soglia simbolica del nuovo Anno Mille. Piagato e piegato sotto la croce, asciutto e mediatico, lungimirante e critico fino al rimprovero e all’esortazione lanciata come una frusta,sempre avvolgente e trascinante, si è mosso secondo il suo stile.
Uno stile che non ha mancato di sollevare anche critiche, sul piano religioso: per la predilezione quasi ossessiva dell’Evento trasformato in meditazione, per le folle sterminate chiamate ad ascoltare la parola, per la visibilità quasi carnale della comunione cristiana.
L’accentramento anche fisico del Giubileo a Roma non è sfuggito all’osservatore. Lo spazio lasciato alle chiese locali è risultato relativo, mentre ha prevalso il messaggio della centralità del magistero del successore di Pietro.
E’ una scelta che presenta dei vantaggi e degli svantaggi. I vantaggi sono che il Papa può parlare con più forza al mondo perché gli ha mostrato quelle famose ”divisioni” che Stalin non aveva saputo vedere. E il mondo è più sospinto ad ascoltare un unico portavoce fisicamente bene identificabile, piuttosto che una realtà istituzionale la quale, per quanto forte appare dispersa e meno individuabile. Gli svantaggi saranno quasi certamente nel dialogo ecumenico, perché la pretesa del primato di Pietro è uno degli ostacoli forti al dialogo con le Chiese separate (specialmente con gli Ortodossi, come si è visto anche di recente).
Il Giubileo dunque segna un indiscutibile successo della Chiesa, ma può anche segnalarne le difficoltà. L’organizzazione ecclesiale ha mostrato una capacità notevole di muovere masse di fedeli, soprattutto giovani ( e questa è una novità di tutto rilievo), ha dato prova di una formidabile capacità di radicamento. Ma essa è ancora in grado di esercitare una leadership sociale generale?
Può cioè trasformare l’appello a vivere pochi giorni da leoni in una educazione alla vita quotidiana all’insegna dei grandi valori che propone? Molti dubbi si stringono intorno a questo interrogativo. La domanda non è maliziosa, perché tutta la storia testimonia come spesso la mobilitazione per momenti eccezionali, il far riferimento ad una occasione di conversione solenne e comunitaria non si sia poi tradotta in un mutamento di costumi, in un flusso costante capace di modificare le società nel loro vivere quotidiano. Due giorni, una settimana, una stagione: e poi?
Se dopo un successo di questa portata non ci saranno ricadute nella ”ordinaria amministrazione” , come del resto diversi osservatori non ossequiosi hanno notato, il colpo di coda che la Chiesa dovrà subire non sarà piccolo.
Ecco il secondo problema: qual è il rapporto dell’uomo moderno con i simboli della religione?
Non c’è niente di sbrigativo e di arronzante nel quesito: anzi tutto il contrario. I simboli sono una porta attraverso cui l’uomo facilita il proprio rapporto con realtà profonde, sono strumenti che gli consentono di acquisire coscienza di dimensioni altrimenti difficili da percepire e da raggiungere.
Ora i simboli che questo Giubileo ha utilizzato sono molti. Innanzitutto c’è il simbolo del viaggio, del pellegrinaggio. E’ un simbolo antico, viene già dai poemi omerici con la classica domanda che si poneva il viaggiatore: chi sei tu e donde vieni tra gli uomini? Scopriamo che è una domanda che oggi continuiamo a porci, che ci angoscia. Ma scopriamo anche che è liberatorio prenderla di petto e affrontarla in tanti.
Poi c’è il simbolo della porta attraverso cui passare per la rigenerazione. Anche qui c’è un retroterra enorme, quello che riguarda tutti i riti di passaggio. Ci accorgiamo che l’uomo moderno ha ancora voglia di trovare quella porta al di là della quale può “toccare” la speranza (o la certezza se la sua fede è tanta) di ritrovarsi cambiato in meglio.
Infine c’è il simbolo della propria liberazione attraverso il riconoscimento pubblico del proprio limite. E’ quell’evento delle confessioni di massa, specie di giovani, che tanto ha colpito e fatto pensare . Eppure significa solo che anche in molti uomini d’oggi si vede come liberatorio il riconoscimento del proprio limite, ci si sente accettati nel ricevere il perdono del corpo sociale cui si appartiene. Era una valore, forse perché esibito sotto i riflettori del mondo, a cui ci eravamo disabituati, illusi che la liberazione consentisse nell’affermazione di una sorta di volontà di potenza.
Nel Giubileo si è visto che una quota cospicua di uomini moderni trova la propria via attraverso questi simboli. Soprattutto si è visto – ed è il fenomeniche ha più colpito gli osservatori – che sono dimensioni che trovano un’eco dentro le nuove generazioni. I giovani non sono affatto sordi alle grandi domande storiche che qualsiasi umanesimo si è sempre posto e cercano in un luogo dove manifestare questo modo di essere.
La scoperta di una gioventù diversa è stata per certi versi un altro degli eventi dentro l’evento. Forse anche perché accaduto d’estate, quando sui media impera l’immagine più trasgressiva – talvolta lasciva- dei giovani, quando a farla da padrone è lo stereotipo di chi conduce la sua “ notte brava” a costo di farla finire in tragedia. Sta di fatto che il giubileo ha portato allo scoperto quella che forse si potrebbe definire con una immagine abusata “ l’altra faccia della luna”: ragazzi sostanzialmente identici a quel modello negativo che sconcerta (vestono più o meno allo stesso modo, consumano la stessa musica, hanno in buona parte gli stessi codici culturali, magari anche loro, una volta vanno a dormire all’alba dopo la discoteca e l’altra volta si alzano al sorgere del sole per un pellegrinaggio), giovani che si muovano nell’ottica positiva di una speranza.
Per chi ha osservato la Capitale in queste giornate campali si è trattato di lezioni impegnative e di sensazioni forti: di quelli che non si possono archiviare nello scafale del folklore. Oggi sappiamo che una parte significativa della umanità cerca ancora nella risposta religiosa la chiave che consenta di risolvere il rapporto che ciascuno ha con il mistero della propria vita e con quello del mondo che lo circonda. Altri usano chiavi diverse per rapportarsi a quei medesimi misteri, ma serve sapere che in questo comune cammino nella ricerca della verità molti diversi sentieri affratellano l’uomo moderno.
Infine una notazione su Roma. Mai come in questa occasione essa ha rinverdito il suo appellativo di “città eterna”. Il suo fascino e la stessa natura simbolica che essa contiene per le genti di tutto il mondo sono stati una componente del successo del Giubileo. Il “pellegrinaggio a Roma”, l’idea che “tutte le strade portano a Roma”, sono archetipi culturali forti anche nel bagaglio dell’uomo d’oggi. Bisogna anche notare che in questa occasione quel mito storico ha del tutto oscurato la leggenda metropolitana politica: la capitale del meretricio nazionale, della politica e della società corrotta(e di questa leggenda esiste una versione che coinvolge pesantemente anche il Vaticano).
A prevalere è stato il peso della storia.
A questa sfida la città di Roma ha risposto –pur tra polemiche e progettualità più millantate che poi realizzate- meglio del previsto. Pur con tutte le difficoltà che un evento del genere comportava per una metropoli afflitta da tanti problemi di ordinaria vivibilità, la cui città ha risposto positivamente ed è riuscita a dare di sé una immagine accogliente ed efficiente. In nessun momento essa è collassata, anzi ha mostrato di poter mettere a disposizione spazi e strutture per grandi eventi a cui offrire la sua cornice unica. Non è cosa da poco e va sottolineato che ciò non è dovuto al caso: c’è dietro il lavoro di tante istituzioni, Comune, Provincia, Prefettura, Stato,eccetera. Certo si poteva fare di più e meglio, ma non è questa la sede per un consuntivo della controversa materia.
Piuttosto sorge una domanda: se ad un evento così eccezionale si è potuto rispondere con questi livelli di efficienza, perché poi si cade in tante occasioni di più quotidiane emergenze che sottopongono chi ci vive a stress e assoggettamenti non di rado scandalosi? Qualcuno dirà: ma qui c’era il mondo che ci guardava, non bisognava fare brutta figura con il Papa e via discolpandosi. Bene, allora bisogna imparare la lezione, insegnare alle istituzioni che in una democrazia compiuta il vivere quotidiano e la qualità di questo vivere non è meno importante del Papa e del Giubileo e che le istituzioni devono sentire la stessa responsabilità: tutti i giorni.