21 Agosto 2000
il Giornale
Andrea Tornielli
Roma- E’ arrivato a Roma per tenere due brevi catechesi ai “papa-boys” del Giubileo. “Ma alla fine sono stati loro a catechizzare me…” dice sorridendo. Norberto Rivera Carrera, 58 anni e lineamenti che tradiscono lontane origini indigene, arcivescovo di Città del Messico, cardinale dal febbraio 1998, sta per partire per Rimini. Al popolo ciellino parlerà della genesi del cristianesimo nel continente americano grazie alle apparizioni della Madonna di Guadalupe. Il Giornale gli ha chiesto un bilancio sulla Giornata mondiale della gioventù appena conclusa.
Eminenza, che impressione le hanno fatto questi giovani?
“Sono rimasto meravigliato e stupito. E non soltanto per il numero dei partecipanti. Mi ha colpito vederli pregare…Sabato sono rimasto fino alle otto di sera nella Basilica di San Pietro soltanto per vederli pregare. Ho visto tanta fede e tanta devozione e questo mi sembra un segno davvero straordinario per il nostro tempo”.
Di che cosa ha parlato nelle catechesi?
“Ho parlato della redenzione e della santità. Ho detto che il cristianesimo non è una dottrina né un’ideologia, non è un argomento di persuasione: è un fatto che si incontra, una persona che entra nella storia e nella nostra storia. E’ qualcuno che viene a cercarci, anche se a volte non lo riconosciamo. Devo aggiungere però che è molto più quello che ho ricevuto rispetto a quello posso aver dato: sono stati i giovani con la loro testimonianza a “catechizzare” me”.
Di fronte all’imponenza dei numeri c’è chi parla di risveglio, di nuovo orgoglio cattolico, di un risultato ottenuto grazie a strategie pastorali…
“Credo che ciò che meno interessa ai giovani siano le strategie evangelizzatrici. L’altra sera ero a cena in un ristorante vicino al Vaticano insieme con alcuni ragazzi: il proprietario è venuto al tavolo e ci ha offerto tre bottiglie di vino. Non mi era mai capitato. Ha detto:” E’ un omaggio per voi…”. Gli ho risposto: ma se lei neanche mi conosce! E lui: “Sono molto contento, sono contentissimo. Ho ricevuto qui molti gruppi di giovani e mai avevo visto pregare come pregano loro”. Queste sono cose che non si possono programmare, che le strategie pastorali non possono prevedere. Sono piccoli esempi del modo in cui Dio continua a toccare il cuore dell’uomo”.
E come la mettiamo con le “armate” di Wojtyla? La Chiesa del terzo millennio non vuole usare questo “soldati” per affermare una nuova egemonia culturale?
“ Chi ha vissuto anche soltanto per poche ore l’esperienza di queste giornate si è reso perfettamente conto che questi giovani non si lasciano certo ingabbiare nelle nostre strategie, non rispondono ad un’azione di propaganda…”.
“Non so se questo sia un insegnamento del Papa o una riflessione che il Papa ha fatto su ciò che ha visto. Ma è certo che questi giovani sono qui per un incontro con Gesù, sono qui perché qualcosa è accaduto e riaccade nelle loro vite”.
“Il bello è che i giovani accorsi a Roma non mi sembrano avere queste preoccupazioni, né sentono come un “dovere” la testimonianza. Sono qui e fanno quello per cui sono venuti. Non si può programmare una vita. Noi dobbiamo soltanto aiutarli a compiere un cammino e lasciare a loro di trovare le strade per comunicare quanto hanno scoperto. A me in Messico sono capitati degli esempi strabilianti…”
Può riferirne qualcuno?
“Ci sono giovani che stanno uscendo dalla droga o dall’alcolismo e che dopo l’incontro con la comunità cristiana si sono messi a dipingere dei murales con il volto di Gesù. A me non sarebbe mai venuto in mente di dire a uno: vai a dipingere dei segni cristiani sulle pareti della città. Ce ne sono altri che dicono:”Siccome io non sono capace di fare niente, quando so che altri vanno a predicare mi metto a pregare per loro”. Ecco, io vescovo non avrei mai pensato una cosa simile”.
In questi giorni si è parlato molto delle confessioni di massa e dei “nuovi peccati”. Non la preoccupa che molti giovani non abbiano più il senso del peccato?
“Troppo spesso noi ci facciamo dei problemi che invece non esistono o esistono soltanto nelle conversazioni tra noi preti e vescovi. Noi crediamo di dover dire ai giovani: andate a messa, confessatevi, fate questo e non fate quello. Ma molti di loro non hanno il senso del peccato perché non conoscono Gesù. Non si può imporre o proporre a priori una morale o un’etica dicendo: “Così tu incontri il cristianesimo”. Nella realtà la dinamica è esattamente opposta. Prima la persona incontra il Signore e grazie a quell’incontro inizia un nuovo atteggiamento di fronte alla vita”.
Si è detto più volte che in questi anni la Chiesa ha parlato troppo di morale e troppo poco di fede.
“Credo che noi alle volte sbagliamo nel cercare di imporre la morale. Per loro, per i giovani, certe cose a priori non hanno senso. E poi non dobbiamo mai dimenticare, noi per primi, di essere dei poveri peccatori, sempre bisognosi della grazia di Dio per poter rimanere accanto a lui. L’essere diventati cristiani, l’essere stati raggiunti da Cristo non cancella le nostre umane debolezze. Per questo fatico a credere a certe conversioni miracolose e totalizzanti: cambiare vita non è mai automatico né scontato. Anche dopo la Gmg i giovani restano giovani, con i loro peccati, come tutti. Ed è bello riconoscersi sempre bisognosi della misericordia di Dio, bisognosi del suo aiuto per continuare a seguirlo”.