Il Manifesto
20 Agosto 2000
Jesus Christ super pulp
Immagini forti come vessilli di una fede che oggi chiede di essere esibita più che argomentata
STEFANO CATUCCI
Sul davanti la T-Shirt bianca mostra la smorfia di dolore di un Gesù Cristo molto fumettistico, disegnato in stile Marvel-Comics, con il solo primissimo piano degli occhi e della bocca. E' un ghigno più violento e rabbioso che rassegnato. Sul retro c'è una grande mano aperta, con un chiodo al centro, che gronda un fiume di sangue. Da tutti e due i lati domina il rosso, sparso in abbondanza. La scritta, larga, è sotto la mano: "His paine, Your Gain", come dire che la sua pena è la tua salvezza. A portarla è un gruppo di ragazzi americani che partecipano alla Giornata Mondiale della Gioventù e che si avviano al grande rito della confessione al Circo Massimo. Saranno una decina, ma l'impatto di immagini e scritta è così forte da farli sembrare di più. "Pensate di andarvi a confessare con quelle magliette?", chiedo. "Perché no? Siamo venuti in gruppo, le magliette servono a far capire agli altri che stiamo insieme e la pensiamo allo stesso modo. E poi dicono la verità. Non ti sembra?"
Fra le tante espressioni di buonismo viste in questi giorni, il messaggio in stile "pulp" di quelle magliette può apparire marginale, minoritario, un'eccezione nel mare degli slogan che inneggiano ai valori della vita e a un'idea di santità possibile. Eppure quel messaggio sembra toccare una corda profonda di questo Giubileo, oltre che un tasto particolarmente sensibile per molti dei giovani che vi partecipano. L'immagine esplicita della sofferenza e del martirio, in questo caso aggiornata alle tecniche dell'iconografia più popolare, è come un attestato di autenticità del messaggio cristiano, il tramite che permette un'identificazione immediata, individuale e di gruppo, con un messaggio antico che si rivela improvvisamente attualissimo. Sacrificio e salvezza, allora, non fanno più solo parte di una storia passata, non sono più solo l'eredità gloriosa di una chiesa divenuta incapace di riproporre nuovi martiri. Al contrario, la capacità non solo di sopportare il male, ma di renderlo spettacolare e di esibirlo, si presentano come un fattore decisivo per dare credibilità ai suoi principi, per meglio diffonderli e radicarli. Credevamo che le icone e i riti del cristianesimo, a partire dalla croce e dall'eucarestia, fossero soltanto i simboli di una violenza arcaica, originaria, trasformata in una vittoria della fede, ma dietro i quali più nessuno riconosceva l'esperienza vissuta del dolore. Sono invece proprio gli accenti posti sulla dimensione individuale della sofferenza, sulla sua indifferenza alle unità di misura che distinguerebbero un male grande e uno piccolo, uno eccezionale e uno quotidiano, sulla violenza che si subisce e nella quale si vive, sul compito di diventare "testimoni", così come sul bisogno di dichiararsi e di prendere posizione, è tutto questo a mettere la chiesa in condizione di comunicare come nessun altro con i giovani delle generazioni "pulp", per i quali nessuno di quei contenuti è estraneo. Chiamata a rinnovare le sue maniere di comunicare, la chiesa ricomincia così dalle sue tradizioni più secolari, incamminandosi verso il punto in cui i simboli smettono di essere soltanto simboli e tornano a incarnare storie vere.
Quella di Giovanni Paolo II, da questo punto di vista, è esemplare. Di lui si dice spesso che ha saputo coniugare i principi del cristianesimo più ortodosso con un'efficacissima strategia mediatica. Bisognerebbe aggiungere che, per far questo, ha saputo restituire vitalità e concretezza agli antichi simboli della fede, aggiornandoli alla realtà dei tempi e insistendo sulla centralità del ruolo del pontefice fino a investire se stesso di una funzione che va ben oltre il senso del mandato pastorale. Nel tempo, Giovanni Paolo II ha saputo farsi martire e testimone, Perché la fede, per essere comunicata, ha oggi più bisogno di essere esibita che argomentata, Perché ci vogliono immagini forti, in rosso e nero, nelle quali la verità deve apparire secca e dura come uno slogan "pulp": "His Pain, Your Gain". Il Giubileo lo ha mostrato in modo spettacolare: la figura del papa malato che parla a fatica e che esita verso la Porta Santa, il programma di beatificazione anticipata culminato con la pubblicazione del segreto di Fatima, i progetti di nuovi viaggi, l'atteggiamento granitico, i discorsi di ammonizione contro i mali del presente e di speranza verso le prospettive del futuro.
Il "rapporto privilegiato" del papa con i giovani, di cui tanto si è parlato, riflette per l'appunto la vocazione del martire ad annunciare la redenzione del domani attraverso l'esibizione del dolore presente. I giovani venuti a Roma, d'altra parte, ripagano il papa con un affetto senza riserve. Sarebbe cieco non simpatizzare con l'allegria dei due milioni di ragazzi che hanno dato una vera dimensione di massa al Giubileo, occupando per giorni le strade di una città vuota, trasformata nel teatro di una migrazione continua, spensierata e pacifica. Anche il policonfessionale del Circo Massimo, spettacolo di una prova generale del giudizio universale, è diventato una festa delle buone intenzioni mormorate a bassa voce. Ma al di là dello spirito della festa, la principale forza di aggregazione di questo evento pare sia stata proprio la rinnovata immagine del martirio: quella del papa sofferente, quella "dei milioni di martiri sconosciuti di questo ventesimo secolo" delle cui testimonianze si è parlato "per ore", come dicevano ieri due ragazzi italiani sul "Corriere della Sera", quella degli antichi "nostri padri nella fede" evocati dagli altoparlanti al Circo Massimo, ma anche quella di una confusa babele di ricordi che, nelle parole di molti, mette insieme Il gladiatore di Ridley Scott e le fotografie di Sebastiao Salgado in mostra al Quirinale.
Che il papa abbia versato il proprio sangue in un attentato e che abbia saputo perdonare resta, per molti, un elemento decisivo. E così è per la malattia alla quale tiene caparbiamente testa: "è la prova di come quest'uomo che ha molto sofferto, rimasto segnato nel fisico" - dice Benoit, 21 anni, francese di Nìmes - mantenga giovane la volontà che l'ha fatto sempre vincere". E Juana, 23 anni, della Repubblica Dominicana: "ha fatto cadere lui il muro di Berlino, non è vero?", mentre Friedrich, tedesco di Monaco, 17 anni, scommette, come molti altri, sulla sua rapida canonizzazione.
Riunire la moltitudine dei giovani convenuti a Roma in un pensiero comune, o solo valido per un campionamento statistico, è impossibile, ma le parole catturate al volo mettono comunque in luce un cambiamento significativo rispetto a un evento andato in scena appena un anno prima, frequentato in prevalenza da anziani: la beatificazione di Padre Pio. Lì si celebrava ancora il miracolo di un uomo che per le sue azioni aveva ricevuto da Dio il simbolo della sofferenza e della beatitudine cristiana, le stimmate. Qui si parla invece di un uomo che ha sofferto in prima persona, che ha versato il suo sangue davvero, non simbolicamente, e che ha l'autorità per invitare i giovani al coraggio Perché ha mostrato di averne, "lottando da solo contro tutti e dicendo cose scomode per i potenti della terra", come osserva Filippo, 19 anni, da Reggio Emilia.
Non è più la manifestazione del simbolo, dunque, a garantire la santità della vita, ma è invece l'esibizione della sofferenza patita a restituire valore ai vecchi simboli. Questi, allora, mostrano la forza della verità con l'evidenza dello spettacolo, poichŽ parlano della vita di ogni giorno con lo stesso linguaggio delle finzioni "pulp", come la pallottola dell'attentato di Alì Agca incastonata nel diadema della Madonna di Fatima; ma sono incarnate da un individuo reale, da un campione della coerenza e della fede.
La croce, il sangue, la sofferenza, la malattia, prendono così una consistenza fisica insospettabile, unita a un bisogno di esibizione che ha molto, in sŽ, dello spettacolo di massa: si sono visti, nella Via Crucis di venerdì, alcuni portare sulle spalle legni enormi, pesantissimi, di medievale memoria, così come si sono sentiti discorsi autocelebrativi sull'assistenza portata "nei lazzaretti dei malati di Aids". Poco importa, allora, se l'antico programma dell'universalismo cristiano viene spacciato per l'unica vera forma di multiculturalismo, come si è ripetuto a oltranza. La credibilità di un simile messaggio sta tutta nella verità del dolore con cui lo si rappresenta, Perché la sofferenza dei diseredati della terra sia vista, ora e sempre, come una promessa seminata per l'avvenire.
Sono lontani gli anni nei quali uno scrittore come l'americano Tom Robbins, nel suo primo romanzo (Uno zoo lungo la strada, 1971), poteva pensare di raccontare un paradossale dialogo "teologico" fra Gesù e Tarzan, testimone un angelo che non sapeva chi dei due seguire. Per la cultura popolare di allora, la spiritualità aveva un volto pagano, nel quale l'edonismo aveva ragione di qualsiasi promessa di salvezza. Robbins spiegò bene il senso di quell'episodio a chi, in Italia, se ne stupiva: "sono nato vicino a Seattle, ho avuto un'educazione cattolica. Gesù, con la sua forza, i suoi miracoli, la resurrezione, la sua capacità di sopportare la violenza, ci veniva presentato come un supereroe, il più grande di cui avessimo sentito parlare. Poi vennero i film di Tarzan e molti si accorsero che c'era un eroe più vero, che non subiva, Perché era più forte di tutti gli altri e non aveva bisogno di soffrire per imparare a rispettare le pietre e gli animali".
Nella cultura giovanile di oggi, invece, le promesse per il domani tornano ad avere tanta più importanza, quanto più buie sembrano le prospettive del presente. Nell'epoca del "pulp" non ci sono supereroi, ma solo uomini persi, in cerca di una guida, che mescolano alla violenza in cui vivono gli ideali astratti della purezza, dell'amore, della solidità di strutture sociali elementari, come quelle del gruppo o della famiglia. Nella chiesa trovano un interlocutore attento, capace di dare risposte che investono il piano dell'immaginario prima ancora che quello della realtà. Il loro movimento non manifesta una volontà politica e proprio per questo, sulla base della stessa logica del sacrificio, può includere nelle sue preferenze anche Che Guevara.
"Perdonami, Gesù" - disse però Tarzan amichevolmente al suo interlocutore - perché so che sei un coraggioso e un'anima buona. Tu hai ottime intenzioni. Ma da dove mi dondolo io, pare che siano duemila miglia di pessima strada."