19 agosto 2000
Libero
Ormai si è detto quasi tutto sull'esemplare raduno di innumerevoli giovani a Roma per l'acquisto del Giubileo. Non hanno recato molti vantaggi agli alberghi con tre o quattro stelle. Hanno mangiato come i soldati di un tempo morsicavano il rancio nella gavetta. Non hanno avuto la preoccupazione che l'iniziativa mondiale riuscisse: avevano ben altro a cui pensare. Volevano incontrare il Papa, ascoltare da lui una parola di sicurezza dolce e invitante e una parola di consolazione e di speranza. E poi, e soprattutto, sono venuti a Roma per incontrare Cristo che compie duemila anni dalla sua nascita e che essi percepiscono come la ragione più profonda e più vera, come il significato più solido e il valore più vibrante della loro esistenza. Anche alcuni laici di alto bordo si sono stupiti nel vedere questa folla immensa capace di pregare e di commuoversi davanti al Signore. Ho partecipato anch'io a una giornata del raduno con qualche migliaia di giovani. Tutto bene. Con il caldo che fa, non rifiutano nessun sacrificio che gli si chiede. Ma mi si permetta un appunto forse marginale e forse no: un appunto sofferto. Si sa che, oltre ai confessionali d'ordinanza nelle chiese, sono stati allestiti più di duemila baracchette che consentono ai ragazzi di inginocchiarsi per chiedere perdono dei loro peccati. Una pratica riscoperta? Non mi pare. Si tratta di giovani che si confessano anche a casa e che si impegnano a confessarsi ancora.
Ed ecco la nota stonata. Leggo su alcuni giornali dichiarazioni virgolettate che vengono attribuite a sacerdoti i quali si sono prestati per il sacramento della Penitenza. Mi auguro di vedere delle smentite nei prossimi giorni. Questi preti avrebbero detto che i ragazzi non confessano più le colpe nel settore della sessualità; sono, invece, assai sensibili alla tolleranza, al rispetto dell'altro, alla tutela della natura ecc. Insomma, sembra di intuire in filigrana l'immagine del perfetto gentiluomo di cultura radicale nel periodo postmoderno del pensiero debole e dell'immaginazione corta.
Non credo di poter accogliere come vere tali risposte. E perché bisognerebbe interrogare tutti i confessori, e perché occorrerebbe sentire i giovani, e perché, di solito, si ammettono peccati "nobili", mentre si sorvola su quelli un pò squallidi.
Non penso di essere un moralista che tridentinamente insista sulla esposizione delle colpe, almeno delle colpe gravi in genere, specie, numero, e circostanze che mutano la specie. Ciò che mi dà sui nervi e mi rattrista è la disponibilità - se c'è stata - di alcuni preti a parlare delle confessioni che hanno ascoltato. Di queste cose si tace e basta. Non solo non bisogna rivelare i peccati. Bisogna anche evitare discorsi allusivi che possono derivare dal dialogo di conversione che avviene nel sacramento. I penitenti non sono soggetti inchiestati in vista di una statistica o di una indagine motivazionale. Sono peccatori che piangono davanti al Signore che hanno offeso, e basta.
I giornalisti, è ovvio, fanno il loro mestiere. I sacerdoti facciano il loro. E silenzio assoluto su ciò che attiene alla confessione. Silenzio assoluto. I penitenti devono potersi fidare in modo indiscutibile del segreto sacramentale. Cari preti, quando vi alzate da una seduta di confessionale, evitate i giornalisti. Tutti i giornalisti. Tutti i preti. Talvolta basta un chiacchierino per screditare un'intera categoria che include pur persone sagge, serie e perfino sante.