Libertà
18 agosto 2000
Cronaca Italiana
Parla don Ferrari: molti affollano i gazebo bianchi
"Con loro la confessione diventa un rito colletivo"
Roma La grande spianata del Circo Massimo alle 14 del pomeriggio è avvolta in una nuvola di calore e di polvere, il sole è impietoso, ma tutto intorno all'antica arena romana i ragazzi sfilano a migliaia sotto i pini e raggiungono i gazebo bianchi per refrigerarsi o per confessarsi. E' un rito collettivo quello che sta avvenendo da alcuni giorni, una sorta di movimento della coscienza che nasce dal bisogno di dialogo, dalla riscoperta dell'altro, dalla voglia di affrontare le questioni vere, tanto che "si fa fatica a togliere dal confessionale sia i preti che i penitenti". Don Luca Ferrari, responsabile del Servizio Confessioni, ci racconta questa straordinaria esperienza, mentre di tanto in tanto le sirene di un'ambulanza si avvicinano all'area e portano via qualcuno che non ha resistito al caldo. "Vivere in modo insignificante a molti giovani non piace" aggiunge don Luca, per chiarire che qui sta succedendo qualcosa di nuovo; i modelli di cartapesta proposti della tv sono letteralmente disintegrati. Una partecipazione straordinaria di giovani che si affollano ai confessionali, ma cosa sta succedendo al Circo Massimo? "C'è una riscoperta del sacramento, una sorta di riconciliazione con la confessione, i percorsi che seguono i giovani sono differenti, ma quello che registriamo è l'assoluta autenticità della scelta, una disponibilità vera a seguire percorsi nuovi, una necessità di rapporti interpersonali. Il Signore ci chiede di abbattere le barriere che ci dividono dagli altri e quindi dalla fede". Tuttavia sorprende vedere che tanti giovani tornino a confessarsi, un sacramento che sembrava aver perso terreno, quasi non corrispondesse più alla sensibilità di oggi. "La confessione era diventato un sacramento troppo privato, nascosto, qualcosa di triste e di cupo. Qui accade il contrario. Diventa un fatto collettivo, un momento di incontro, il fatto di vedersi insieme con la stessa esigenza di dialogo, incoraggia, è un invito a volersi bene. I giovani hanno voluto incarnare il volto dell'umanità che fa festa con il Padre. Il sacramento si è come dilatato, l'80% dei ragazzi che uscivano dal confessionale piangevano, tanto era stata forte l'esperienza". Registrate una partecipazione che comprende tutte le nazionalità al sacramento? "Tra le tante nazionalità va segnalato l'avvicinamento dei francesi, nel loro paese l'esperienza della confessione è quasi sconosciuta, qui sono venuti in tanti. Ma sono state fatte confessioni in filippino, svedese, slovacco, brasiliano, cinese e in molte altre lingue". C'è una forte consapevolezza nella fede di questi ragazzi, lo si vede nei momenti liturgici, ma anche molta libertà e indipendenza. Come si conciliano questi due aspetti? "Alcuni gruppi sono legati ad alcune devozioni particolari, tuttavia ci sono diversi momenti unificanti intorno ai quali abbiamo lavorato per favorire l'incontro e il dialogo tra diverse lingue e tradizioni. La veglia, la messa, ma anche il rito dell'accensione dell'incenso, un rito precristiano che simboleggia l'elevarsi verso Dio e appartiene a culture e religioni molto diverse. Cos“ come l'atto dell'offerta l'abbiamo visto compiere con le lacrime agli occhi. Allo stesso tempo abbiamo voluto dare grande importanza al sorriso, alla stretta di mano, all'abbraccio. Tutto questo diventa un sacramento". Il Vangelo torna dunque a parlare ai giovani, ma quanto è conosciuto? "Non posso dire che il Vangelo sia già conosciuto, certamente c'è una riscoperta del Vangelo. C'è spazio in tutti per il Vangelo, se si trova il modo giusto, il linguaggio giusto, il messaggio arriva".