Il Resto del Carlino

18 agosto 2000

Roma canta coi ragazzi del Papa

di Itti Drioli

ROMA - Rompe il silenzio mattutino di una piazza, spunta da dietro l'angolo di un vicolo, copre il rumore d'auto del Lungotevere, allevia lo sfinimento di un'attesa d'autobus. Il canto: il compagno più assiduo di questa settimana, la sorpresa più lieta dell'invasione giubilare.

Può essere una limpida voce di soprano che s'insinua tra le persiane chiuse, o il coro misto a suoni di chitarre che marcia da Termini a San Pietro. E' il flamenco accompagnato dallo schiocco delle mani di un gruppo di spagnole che a Largo Argentina si mettono a ballare aspettando di potersi infilare prima o poi in un mezzo pubblico.

Chi canta prega due volte, diceva Sant'Agostino, e qualcuno l'avrà ripetuto a questi ragazzi. Che pregano intonando lodi a Dio o Funiculì Funiculà. Comunque è: "Canta che ti passa". Il Giubileo dev'essere "felicità". Sarà perché lo ha detto il Papa: "E' uno scambio di felicità", ma sembrano crederci davvero. Diffondono un'allegria quieta, una lietezza temperata che fa sopportare meglio i disagi suppletivi recati alla città.

Così li avrebbe voluti San Francesco, così li ama questo Papa e, chissà, forse un po' si autosuggestionano. Ma nei ragazzi contattati a caso, intorno a una fontana o davanti ai confessionali del Circo Massimo, non c'è esaltazione. Può far sorridere il prete giovanilista con bandana che si sgola a cantare fino a sfiorar la sincope; non il ragionamento pacato di due polacchi, Marcin Sciborek e Agnieska Jwaniuk. Sono di Lublino, laureando in fisica lui, 26 anni, maestra d'asilo lei, 23: "Boy and girlfriend". Si conoscono dalle elementari e, chissà, forse si sposeranno forse no, ma per ora sono l'uno per l'altro la "migliore compagnia", perché "è bello stare con qualcuno che sa tutto di te e perciò può aiutarti".

Quasi come Dio. Dio, per loro, è da vivere in modo riservato. Come non amano muoversi in gruppo e girano Roma soli soli perché "non è confortevole dover sempre seguire le indicazioni di qualcuno", così coltivano un rapporto privatissimo col Signore e rifiutano la confessione postconciliare, open air, organizzata al Circo Massimo.

"Io visito una Chiesa e parlo con Dio quando mi sento di farlo, ma devo essere solo, concentrato", dice Marcin. "Là troppa gente, troppo movimento. Ci siamo andati e siamo tornati indietro: non c'era privacy, chiunque sentiva quello che dicevi".

Vero. Il rito del Circo Massimo, a vederlo da vicino, lascia di stucco. Un via vai continuo tra quelle nicchie - una paretina e uno sgabello - che dovrebbero accogliere mea culpa ed esami di coscienza. Ragazzi e preti si parlano guardandosi negli occhi, spesso incrociando quelli di chi passa o attende il suo turno. Come può esserci raccoglimento? Eppure, dall'altro giorno continuano ad affluire a migliaia.

"Nessun imbarazzo, anzi, è stata un'esperienza bellissima, tra le migliori della mia vita", dice un ventiquatrenne sardo, Fabrizio Manca. Si è appena congedato dal confessore: "Sono stato io con Dio, come sempre. Non m'importa del contorno. Era da molto che volevo confessarmi, l'ho fatto e della gente non mi sono accorto. Adesso scusa, deve fare la penitenza". Che non dice: è riservata.

"Il ragazzo ha ragione. Io prete sono solo un aiuto, una mediazione, e la confessione vissuta in mezzo ad altri dà un senso meno individualistico della riconciliazione, cui mira il sacramento", spiega padre Fidel Suarez, colombiano.

Andrea Noce che, nonostante il nome è una ragazza (17 anni, di Crotone) è la conferma più spontanea della riuscita di questo nuovo approccio:"All'inizio ero molto imbarazzata, ma ora vorrei ripeterlo. Ti senti con gli altri e contemporaneamente sei isolata, a tu per tu con qualcuno come mai. Questo prete che mi ascoltava guardandomi fissa, in 20 minuti ha colto la mia vita, e mi sono sentita libera come quando canto in chiesa, nel coro". Ecco il canto, che ritorna.