18 Agosto 200
il Corriere della Sera
Sandro Veronesi
“Io non ti assolvo”: così dovrebbe dire quel prete di colore al ragazzo che sta confessando. Barbina, occhialini di metallo, aria compunta da commercialista, metti che abbia tradito la sua ragazza – la faccia del traditore ce l’ha -; “Io non ti assolvo”, dovrebbe dirgli il prete. “Hai tradito la tua ragazza? E io ti condanno a cambiare sostantivo, dalla Gioventù ti condanno a passare alla Giovinezza, e a soffrire come si soffre lì, a sorridere di malavoglia, e a sentirti solo anche in mezzo a un milione di persone. A romperti le scatole tutte le sere, ti condanno, ad amare le persone sbagliate, a essere infelice senza motivo e a leggere invano Siddharta per cercare di consolarti. Amen.” Così dovrebbe dirgli. E invece lo assolve, ecco, vai in pace.
Quanto sarà che non mi confesso? Ventisette, ventott’anni. D’un tratto la facilità con cui potrei purificarmi mi abbaglia, e avrei una gran voglia di svuotarmi di tutti i peccatucci che mi porto appresso anche oggi, in questo strano Giubileo dei giovani che ha stravolto Roma. Tutto un gran mareggiare di ragazzi, in su e in giù, dentro e fuori, a destra e a sinistra, e le strada completamente vuote di macchine. Via Merulana sembrava aspettasse l’arrivo del Giro d’Italia: sgombro l’asfalto, gremiti i marciapiedi, le bandierine che sventolavano, le grida argentine. E soprattutto è strana una cosa: con questa canicola da svenimento e questo pigia pigia, è strana la gioia ostentata da tutti. La letizia, per usare il termine corretto. Sembra quasi – non voglio dirlo – “finta” – l’ho detto, perché tanti ragazzi tutti sorridenti , che cantano e si salutano acciaccandosi i piedi nella calca, non sembrano nemmeno veri. Dov’è l’irrequietezza, dov’è la smania, dov’è l’aggressività? “Giornata della Gioventù” recita il programma del Giubileo, e mi è venuto in mente alle quattro del pomeriggio, con trentacinque gradi all’ombra, davanti alla basilica di Santa Maria Maggiore, che forse il finto sta lì, in quella parola, “gioventù”.
Fosse stata usata l’altra, “giovinezza”, sarebbe tutto diverso. Perché la gioventù è un’invenzione e allora ce la si può inventare anche lieta, già che ci siamo, mentre la giovinezza è una faccenda seria, di ormoni che impazzano, di problemi che infuriano,di canzoncine fasciste, e non c’è sorriso che possa farla tanto lieta.
Sì, voglio confessarmi. Voglio confessare la delusione che ho provato in questa sarabanda. Ho camminato, sudato, osservato, ascoltato, ma non ho trovato ciò che mi avrebbe commosso sul serio: i giovani che non viaggiano mai, non ha trovato, i veri poveri, quelli che non potrebbero essere qui se non per il grande Giubileo. I Tutsi, gli Hutu, quelli della Sierra Leone, i ninos de rua: dove sono? Dice che sono venuti anche loro, ma io ho visto solo una gioventù da primo mondo, esperta, organizzata, spietatamente occidentale. Non ho visto i veri pellegrini: solo gioventù lieta e ricca.
Intanto, però, qualcuno si è fregato la bandiera fuori dalla porta della Figlie di S.Anna, dove è rimasto un triste pennone spoglio: due suore protestavano scuotendo il capo: “Non è giusto fare così”, e hanno ragione, non è giusto, però ormai quella bandiera sta sventolando chissà dove, a segnalare letizia e gioventù.
La basilica di San Giovanni, invece, sembrava un disco-bar: decine di monitor dallo schermo violetto, in stand-by, sistemati lungo le navate, facevano pensare che stesse succedendo qualcosa. C’era pure un maxischermo vicino all’altare. Un tale vestito di nero, che assomigliava a Luciano de Crescenzo, provava dei microfoni su un palco: “Attenzione. Attenzione. Questa è una prova. Sa. Sa.” E’ andato avanti così ancora un po’,poi si è messo a suonare una chitarra e a cantare. “Io vorrei volerti bene come ti ama Dio/ con la stessa tenerezza/ con la stessa fede/ con la stessa libertà/ che non ho io”. Ma era una prova anche quella,, ha smesso di colpo ed è sparito nella coda che si dirigeva lentamente verso l’uscita – e sarebbe interessante misurare quanti preziosi angstrom di mosaico marmoreo vengono consumati da questo immane strascicar di sandali sull’impianto.
Qui al Circo Massimo, poi è successa la cosa più strana. Una volontaria con la maglietta blu (quelle con la scritta “Ero forestiero e mi avete accolto) mi ha detto che non potevo entrare. Al Circo Massimo, il luogo più aperto del mondo. “E perché?”. “Perché non hai il passi.”, mi ha risposto. “Andiamo – le ho detto – che male faccio?” la ragazza ha scrollato le spalle, si è resa conto dell’assurdità della cosa, e mi ha lasciato passare. Lo sterro erboso era ghermito di giovani sfranti che bivaccavano, e io l’ho attraversato per guadagnare l’altra sponda e arrivare a questa fila di gazebo bianchi come quelli delle feste dell’Unità, dove una batteria di sacerdoti sta confessando i ragazzi. E li sta assolvendo tutti. Anche quel prete nero, forse del Burundi, almeno lui, sul quale avevo puntato perché, con scismatico coraggio, negasse l’assoluzione al barbina traditore, anche lui assolve, assolve, assolve, è come un meccanico che fa il tagliando alle macchine. E allora, penso, assolverà anche me. Zompo su un muretto per scavalcarlo ma , di nuovo, un volontario in maglietta blu mi si para davanti: “Dove vai?”. “A confessarmi.”. “Non puoi. Non hai il passi”. Ancora. “Ma che c’entra il passi?”, gli chiedo. “Mica è un privilegio, confessarsi”. Mi sorride, rassegnato, e scuote il capo come per dire che non dipende da lui. “Ci vuole il passi.”, ripete. “Scusa – gli faccio – ma sai che se ora uno di quei tralicci cedesse e mi cascasse addosso e mi ammazzasse, io andrei all’inferno per colpa tua? Perché non mi hai lasciato confessare?” “Procurati il passi”, mi ripete il volontario, sorridendo, lieto, e si mette a chiacchierare con un poliziotto. Allora mi viene in mente la battuta di Huckleberry Finn, è tutta la vita che la vorrei pronunciare – mica per nulla, è una delle più belle battute che siano mai state scritte – e, la pronuncio qui, a questo giovane che non mi ascolta nemmeno. “E va bene – gli dico – vorrà dire che andrò all’inferno.”