18 Agosto 2000

Corriere della Sera

La Chiesa non ha più paura dei giovani

Il cardinal Martini: è finito il trauma della contestazione, il Papa ce li ha fatti riscoprire.

ROMA – “Il radunarsi di tanti giovani con questa modalità esterna, composta, gioiosa e pensosa insieme, rallegra il cuore e dà speranza. Induce a interrogarsi su un fatto certamente positivo e raro, per il quale quasi non ci sarebbero le premesse nel mondo d’oggi. E spinge a rivedere il nostro giudizio - che spesso è pigro – sulla gioventù di oggi. Questi certo non sono tutti i giovani. Ma qui, nella piccola minoranza che ha invaso Roma, è ben rappresentata la componente lieta e incisiva dei giovani, dei quali è il futuro. Il futuro certamente non è di coloro che puntano allo svago, ma di quanti – come questi ragazzi - affrontano il domani con coraggio e gioia.” Così vede la “Giornata della gioventù” l’arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini, che è uno degli oratori incaricati di tenere le “catechesi” (cioè le predicazioni) ai giovani venuti da tutto il mondo.

Eminenza, lei è un veterano delle giornate…

“Le ho seguite fin dall’inizio, a partire dall’incontro del 1985 qui a Roma. Dovevo parlare del tema dell’amore nella piazza di San Giovanni in Laterano ed ero un po’ preoccupato di questa uscita in piazza con un argomento tanto delicato. Ma trovai un’attenzione che mi sorprese. La sorpresa si è poi rinnovata ed è cresciuta negli anni, debbo dire contro la mia aspettativa: il fenomeno non si è affievolito, ma è venuto crescendo e non solo per l’aumento delle presenze, ma anche dei significati”.

E cioè sono arrivati dei significati nuovi?

“Almeno si sono manifestati. All’inizio, a parte il fatto dell’uscita sulle piazze, non vedevo differenze rispetto ai giovanio che venivano in Duomo, a Milano, per la Scuola della Parola e che pure lo riempivano. Ma lungo gli anni mi sono reso conto che il fenomeno era diverso, non solo perché attirava un uditorio più numeroso, ma perché era capace di coinvolgere anche persone meno motivate e aveva un suo valore di segno nel mondo”.

Possiamo indicare le date dei nuovi significati?

Sono stato presente alle Giornate di Santiago di Compostela nel 1989, di Denver negli USA nel 1993 e di Parigi nel 1997. le altre giornate le ho seguite attraverso i miei collaboratori e incontrando i giovani dell’arcidiocesi che partivano o rientravano dai diversi appuntamenti. Denver e poi soprattutto Parigi  sono state tappe significative: hanno mostrato con chiarezza che non si trattava solo di un fatto devozionale, proprio di un pellegrinaggio a un santuario, ma questo radunarsi dei giovani in risposta a una chiamata del Papa aveva una valenza culturale. Mostrava possibile il segno della fede nella città secolare e costringeva gli osservatori a interrogarsi”.

Non è un giudizio troppo generoso per una festa di massa?

“Questa non è solo una festa. Personalmente ho sempre qualche diffidenza verso i grandi incontri, che fanno chiasso e passano in fretta. Ma se c’è la riflessione, se c’è la preghiera, allora abbiamo a che fare con qualcosa che può durare. E qui non c’è solo evasione. Certo c’è la componente della festa, dello stare insieme in tanti, del girare il mondo, ma ci sono anche le catechesi, che sono molto impegnative e che non vengono snobbate, anzi”.

Qual è la sua esperienza personale di predicazione in queste occasioni?

“Ho parlato ieri mattina (mercoledì, ndr) a una folla di forse quattromila ragazzi, che stavano seduti sulla scalinata del Palazzo della Civiltà e del Lavoro, all’Eur, nel lato in ombra. Dovevo parlare dell’incarnazione, “Dio con noi”, un tema difficile, in un ambiente dov’era possibile ogni distrazione. Invece mi hanno seguito con grande attenzione per un’ora. Domani (oggi, ndr) parlerò in San Giovanni e intanto in questa giornata libera sono andato a seguire una catechesi  tenuta al Foro Italico dal cardinale Tonini: mi sono messo tra le folla, indietro, per vedere la faccenda dall’altra parte. E la mia impressione frontale è stata confermata. Saranno stati ventimila e c’era attenzione totale. All’Eur mi hanno fatto anche domande, ed erano impegnative”.

Che pensa che ne riportino i ragazzi, da queste adunate?

“Già la festa è incoraggiante. Ma dentro la festa, almeno i più riflessivi, fanno l’esperienza di una Chiesa accogliente, che non ha paura di guardare in faccia le sfide dell’oggi e del domani”.

Noi giornalisti siamo restati colpiti dal gran numero di confessioni ai confessionali del Circo Massimo….

“Anche per me è stata una bella sorpresa. E credo vada messa nel conto delle novità di significato che dicevamo. C’è questo carattere sorgivo, nelle Giornate della gioventù, questa freschezza e prontezza a produrre segni nuovi.  Nelle altre Giornate forse non c’era stata altrettanta offerta, o almeno così visibile, della possibilità di fare la confessione auricolare. Stavolta c’è stato questo coraggio e i giovani hanno risposto bene. Anche questo è un buon insegnamento: parliamo tanto di crisi della confessione, ma forse non ne offriamo abbastanza la possibilità. La disponibilità mostrata dai giovani è incoraggiante, perché il riconoscimento delle responsabilità morali è un elemento decisivo della vita cristiana, che ci porta direttamente al cuore del Vangelo, il quale invita a conversione e penitenza”.

Interrogando confessori e penitenti, i cronisti hanno segnalato che questi ragazzi confessano di meno i peccati sessuali e sono più attenti alle colpe nei confronti della carità.

“Qui è più difficile interpretare. La confessione viene dalla coscienza delle persone, occorre diffidare da indagini corsare. Si può osservare che anche Gesù, nel Vangelo, pone al primo posto il comandamento della carità. Ma certo è importante che anche a riguardo della sessualità i giovani avvertano l’esigenza di un’autoformazione alla responsabilità, che comporta sì il rispetto degli altri, ma anche il rispetto del proprio corpo, che il cristianesimo presenta come tempio dello Spirito”.

Ci saranno ancora “Giornate della gioventù”, dopo questo pontificato?

“L’apporto personale del Papa alla nascita e alla crescita di questo fenomeno è stato decisivo. Ha colto per primo che i tempi erano cambiati. L’ha capito quando noi ancora eravamo traumatizzati dalla contestazione e temevano ogni esteriorità. Ha colto che si poteva osare molto di più e l’ha osato e i giovani hanno corrisposto. Il domani non lo conosciamo: chi vivrà vedrà, come appunto ha detto Giovanni Paolo II a Parigi annunciando l’appuntamento di Roma. Tuttavia qualcosa è avvenuto e resterà: si è visto che la simbologia cristiana non parla solo agli anziani, che essa può essere posta e intesa anche oggi, nelle nostre città e nel vasto mondo”.