Avvenire

18 agosto 2000

Dal gesto pubblico più di una provocazione. “In pizzeria con i ragazzi? Ok, ma non può bastare”

E I SACERDOTI RISCOPRONO L’ ASCOLTO

Mimmo Muolo

Roma. Riemergono dalla bianca fila del gazebo con la stola in una mano e l’ indispensabile bottiglia d’ acqua nell’ altra. Stanchi, sudati, ma visibilmente felici. Tanti ragazzi probabilmente non se li aspettavano neppure loro. E, confessando confessando, vien fuori davanti al taccuino del cronista anche la <<confessione>> dei confessori. Come dice padre Mario Scalici, dei Missionari del Sacro Cuore, <<tante volte ci siamo resi latitanti nei confronti di questo importante sacramento, è ora di tornare in confessionale>>. Padre Jesus Perez, legionario di Cristoè d’ accordo. <<Qui, come del resto la domenica in chiesa, se i confessori si rendono disponibili, la gente corre>>. E don Rino Zucchero, del santuario del Divino Amore di Roma, conferma. <<La crisi delle confessioni è anche la crisi di noi sacerdoti, che a questo momento di riconciliazione dedichiamo poco tempo. Ma sia ben chiaro – aggiunge il prete romano – che il mio non vuole essere un atto di accusa verso i confratelli. So bene, infatti, che la vita di parrocchia ha anche altre necessità>>. Già, la parrocchia. Come si vede il problema dalla parte di chi sta in prima linea e magari è l’ unico sacerdote? Don Fabio Turba di Milano, parroco ad Oggiono, risponde:<< Cerco di farmi trovare in confessionale in alcuni momenti fissi della settimana, , ad esempio il venerdì, che da noi è giorno di mercato e dunque c’è più gente. Ma non penso sia una questione di orari, quanto di disponibilità. Ognuno di noi sacerdoti dovrebbe interrogarsi. Nella lista delle priorità pastorali, qual è il posto delle confessioni?>>.

La domanda in effetti se la sono posta in molti, qui al Circo Massimo. E qualcuno tornerà a casa con il proposito di fare più spazio al sacramento della riconciliazione. Don Geraldo de Fatima Morujao, portoghese, professore di teologia nella diocesi di Viseu, dice:<< Finora, anche a causa dei miei impegni di studio ho potuto dedicare solo un paio d’ ore alla settimana al confessionale. Ma qui ho visto quanto sia importante avvicinare i giovani alla misericordia di Dio. Stiamo vivendo un tempo nuovo, dobbiamo saperne approfittare>>.

Anche don Mario delle Fave, parroco di una piccola comunità di 850 anime nella diocesi di Montecassino, sottolinea:<<Ho ascoltato qui piu di cento ragazzi. Ma un buon trenta per cento, e tra loro anche italiani, non si confessavano da anni. In pratica era come se non conoscessero il sacramento. Poi alla fine hanno pianto per gioia. Torno a casa con la netta convinzione che qualcosa bisognerà cambiare nella pastorale giovanile delle nostre parrocchie>>.

Cambiare, ma come? Don Mimmo Fornarelli e don Domenico Castellano, che lavorano nel seminario minore di Bari, propongono:<< Andare in pizzeria con i giovani non basta. Forse dovremmo recuperare la capacità di far loro proposte forti. E la celebrazione del sacramento della penitenza sicuramente lo è. Così come lo è la direzione spirituale, che alla confessione si accompagna>>.

Don Paolo Bernuzzi di Vigevano, aggiunge:<< Ci è richiesta una pazienza maggiore. Saper aspettare nel confessionale vuoto può essere un segno che fa interrogare>>. E don Paolo Orlandini di Roma conclude:<< La lezione fondamentale di questa esperienza è che la confessione non è solo un fatto individuale, ma che coinvolge tutta la comunità. Prendiamo esempio anche nelle nostre parrocchie>>.