Avvenire

18 agosto 2000

NELL’ARENA DEL PERDONO

Al Circo Massimo già 220 mila presenze per riconciliarsi

Roma. Se potesse parlare, questa spianata ne avrebbe di cose da raccontare.

Perché ne ha visti di cristiani, calpestare la polvere sotto il sole. Duemila anni fa arrivano per essere affidati alle “cure” dei leoni e dei carnefici.

Oggi il fiume dei 900mila giovani, arrivati a Roma per la Gmg, passa proprio di qui: da mercoledì e fino a stasera il Circo Massimo è invasato da una moltitudine di ragazzi. Vengono per partecipare alla Messa, vengono per confessarsi dopo aver passato la Porta Santa. Tutti insieme e ciascuno da solo davanti a Dio. L’ovale del Circo Massimo è tutto un formicolare. Dalle prime ore del mattino i ragazzi assediano il perimetro e vengono fatti entrare a turno dai tre ingressi. Gli onnipresenti volontari, l’auricolare del telefonino sempre nell’orecchio, danno il via a aprono ai gruppi accompagnandoli nei sedici settori contraddistinti con le lettre da A a R. L’altare e  sul grande palco bianco e blu, allestito sul lato di via del Circo Massimo.m A sinistra un altro palco più disardono ospita i gruppi dei giovani conle chitarre che cantano in tutte le lingue. A destra un gazebo funge da inedito tabernacolo: su un lungo tavolo stanno un centinaio di pissidi in terracotta con il log del giubileo, la pellicola trasparente per proteggere le ostie dalla polvere, un cero rosso a ricordare al sacralità del luogo. Il sole picchia senza pietà sulla folla del circo massimo. Non senza conseguenze: la responsabile del punto di soccorso, dott. Erga Cerchiari, primario di Anestesia e Rianimazione al San Camillo, racconta dei centicinquanta ragazzi che hanno dovuto ricorrere in mattinata allae loro cure. Colpi di calore, disidratazioni, slogature. Sei ragazze sono sulle brandine con le flebo di glucosio e soluzioni fisiologiche. Altri cinque stanno seduti a bere e a posarsi il ghiaccio sulla nuca. SE dopo due tre ore ancora non sene vanno con le loro gambe via in ambulanza. Nella mattinata solo due sono stati dirottati all’ospedale: due francesi, uno per appendice una disabile per scompensi vari. Bevete, bevete, bevete”, non finisce di ricordare la dottoressa. Di rinforzo c’è anche il corpo militare della croce rossa, il sottotnete medico Paolo Millo di Bordighiera, chirurgo a Nizza, le vacanze le passa qui :” I malori sono in numero assolutamente accetabile-dice- per le dimensioni dell’evento. “ Dal catino impolverato, prima e dopo lemesse, i ragazzi si staccano da soli o a gruppi. Risalgono il dosso e scollinano in via dei Cerchi che costeggia l’altro lato del circo massimo. Lì per trecento metri, c’è una lunga fila di confessionali sotto una tendopoli bianca che attira come una calamita 900 mila dell GMG. Chi cercasse qui il tre per due delle assoluzioni, la stazione di lavaggio rapido dell’anima, il confessionale “ fast-food” resta deluso. Su un pannello blu c’è scritto “Gesù, fissatolo, lo amò” in quindici lingue. I ragazzi entrano a gruppetti, accolti in ogni tenda da due volontari del “servizio confessioni”. Ragazzi che preparano altri ragazzi all’incontro di riconciliazione, li aspettano e poi li riaccompagnano fuori. I confessionali sono solo un separè  di truciolato bianco, uno sgabello e un’inginocchiatoio.Sul sedile i sacerdoti attaccano una bandierina con la lingua o le lingue che conoscono. Qualche prete ne conosce anche sei. Nel dialogo i volti arrossati dei ragazzi si distendono, si rasserenano. Qualcuno si riga di lacrime. Chi si alza dal confessionale trova un altro volontario che gli sorride, lo abbraccia, lo porta di nuovo fuori. Molti vogliono ritrovare chi li ha accompagnati poco prima al sacramento.”Vienici a trovare se passi a Bergamo”, dicono due ragazze salutando il giovanotto con la maglietta di Martin Luther King e la scritta “I’m still dreaming”, sto ancora sognando. Poi scendono i ventisette gradini di mattoni che portano di nuovo giù nell’ovale. Pochi metri e si inginocchiano sui sette scalini che portano alla Croce del Giubileo dei giovani. Quattro metri di legno scuro, una targa di metallo consumata che porta in quattro lingue il messaggio con cui il Papa affidò ai giovani il crocefisso nell’84,Anno Santo della Redenzione. Un gruppo di polacchi si mette a semicerchi attorno a quel legno piantato al centro del Circo Massimo. Qualcuno ci si inginocchia davanti. Un ragazzo ungherese lo tiene con entrambe le mani, come si tiene sulle spalle un amico cui si fa una promessa solenne, guardandolo diritto negli occhi. Un altro lo bacia, quel legno. Una ragazza bionda poggia una tempia sulla tavola, e sorride a occhi chiusi. Quattro tripodi sorreggono bracieri in coccio. I ragazzi si alzano, si spolverano le ginocchia e prendono una manciata d’incenso dai vasi retti da due volontari. Il fumo che si alza in cielo suggella un’amicizia ritrovata.

LE ISTRUZIONI A CHI ASSOLVE: “DEVE ESSERE UNA FESTA”.

Roma. A scuola di confessione. Prima di sedersi nei confessionali di via dei Cerchi oltre quattrocentocinquanta sacerdoti in questi giorni impegnati al Circo Massimo hanno seguito un breve “corso” che gli ha aiutati ad entrare nel clima della Giornata Mondiale della Gioventù e del suo modo particolare di celebrare la riconciliazione. Sono stati poi loro stessi a diffonderla a macchia d’olio tra gli altri 1000 confratelli della G.M.G. “l’idea guida-spiega don Luca Ferrari, 37 anni, della diocesi di Reggio Emilia, responsabile del servizio confessioni- è stata quella del riscatto del sacramento da una forma di castigo che non meritava. In sostanza si trattava di far capire a ciascun giovane che non va ad un funerale, ma ad una festa e che questa festa non riguarda solo lui ed il confessore, ma coinvolge tutta la comunità”. Nasce di qui, dunque la decisione di far precedere il colloquio segreto con il confessore, da un itinerario in cui il penitente è accolto da giovani come lui i quali in qualche modo lo preparano a e lo incoraggiano; e di farlo seguire da un incontro festoso, con altri giovani che lo accolgono con gioia, in quanto riconciliato con Dio.”Chi è venuto al Circo Massimo –dice don Luca – ho toccato con mano la realtà di una comunità riconciliante. E molti ci hanno detto:”Ho sentito che non potevo fare a meno di confessarmi”. Anzi qualcuno, alla fine, è tornato a chiederci: “Vorrei ringraziare il ragazzo o la ragazza che mi ha accompagnato alla soglia del confessionale”. E piangeva di gioia”.