18 Agosto 2000
Avvenire
Vittorio Morero
Ci vien facile sistemare in categorie prestabilite tutto ciò che sta accadendo attorno a noi, è facile e anche conveniente per la nostra pigrizia. Ecco, quando si sente dire che i giovani sono allegria, festa, rumore, ci si affida a una categoria aprioristica, poi ci si accorge – come è capitato ieri mattina a Roma – che sono invece persone che aprono anche un libro, riflettono, pregano in gruppo e individualmente, e nel piccolo vicolo della Roma storica fanno esperienza di quel singolare sacramento della riconciliazione che può farli esplodere in lacrime di commozione per il perdono ricevuto o la conferma di amore sulla strada liberamente scelta.
Sì, i giovani si confessano, confessano di confessarsi, si confessano per ripartire, per una raggiunta maturazione di fede in Colui che li accoglie e li conduce al Padre. “Poi si vedrà” diceva quel ragazzo come per affermare che non basterà un minuto o un gesto per assicurare tutta una vita. C’è una riconciliazione atto e una riconciliazione che diventa tessuto abituale.
Ora – è bene ripetercelo – tutto questo nasce dalla fede, ma la fede viene dall’ ascoltare la Parola. Non c’è solo la chitarra – anzi ne ho viste non molte c’è anche il libro, il libro della Parola di Dio e l’ esercizio che fa risuonare questa parola nella catechesi.
Turismo religioso? Non sembra o almeno non è sufficiente a catalogare questi giorni di preparazione a Tor Vergata, poiché i moduli sono turistici per il venire, il sistemarsi, rifocillarsi, rinfrescarsi, ma dentro c’è un tipo di esercizi dello spirito che piacerebbe a Sant’ Ignazio Loyola e che il Papa stesso aveva loro proposto martedì scorso. Stamattina seduti sul selciato intorno alle mura leonine stavano facendo ciò che dall’antichità il cristianesimo ha sempre fatto e che anche altri settori culturali hanno apprezzato: la meditazione. Si legge e si pensa, si pensa con la mente e si porta il pensiero nel cuore. C’ era attorno a Castel Sant’ Angelo, da dove si partiva per la Porta Santa, un gruppo che sgranava il rosario, esercizio popolare che non tramonta perché contiene i misteri della fede raccontati e vissuti a tappe. Sono, dunque, questi giovani pronti al consenso nella fede, ma un consenso lucido, ragionato e illuminato. Non è infatti la loro né una pietà bigotta né una pietà fanatica, bensì il naturale approdo della ragione sulle sponde della fede. Insomma si può credere senza alienare la propria ragione né i propri orizzonti intellettuali ed esistenziali.
Non è finito – sembrano dirci, mentre ascoltano e fanno domande nelle varie catechesi – il cattolicesimo illuminato, non ha cessato di vivere quella corrente dell’ intelligenza cristiana che ha percorso almeno in Europa tutto questo novecento breve, resistendo alle più colossali ideologie oggi in rottamazione. Sto pensando all’ esperienza francese (Congar, Bernanos, Mounier, Maritain), anglosassone con Chesterton, alla nostra (quella dei Giuliotti, dei Bargellini, dei Papini, dei Lazzati e dei Mazzolari).
E infatti questi giovani sono venuti a Roma per sedersi attorno a quel maestro che insegna (sta qui il “magnetismo” di Giovanni Paolo II di cui parlava Le Monde nel suo commento di ieri l’ altro), secondo la plastica immagine delle comunità e dei cristiani di Pietro, Giacomo e Stefano che a Gerusalemme “erano assidui all’ insegnamento degli Apostoli”.
Oggi noi diciamo catechesi perché la parola <<catechismo>> è stata buttata ingiustamente nel cassetto delle anticaglie, usata talvolta come sinonimo di una resa senza condizioni della ragione alla fede o come adescamento di spiriti deboli in cerca di ancore e salvagente, mentre invece sappiamo quale è veramente questa sua storia, conoscendo quei quattro primi secoli quando la fede diventò l’ apologetica, la filosofia, la lirica, perfino il dialogo fra l’ ateo e il credente, tradizione antica che è giunta fino a noi anche attraverso l’ esempio di San Filippo Neri che amava per i giovani i giochi, la musica, gli spettacoli, ma attraversati dalle parole del mistero cristiano, e oggi è qui in questa catechesi della Gmg, come sostanza esemplare per tutta la cristianità.
Si sa di Vescovi che sono usciti da questo loro atto ministeriale sorpresi non solo dall’ attenzione dei giovani ma anche dal loro desiderio di capire, di rapportarvi la vita. Perché questa è la catechesi: la Parola che risuona oggi e risponde ai problemi di oggi.
Anche per tale motivo la Gmg ci obbliga a rivedere la dinamica delle nostre comunità, il reticolato della loro missione che non è soltanto il rito, l’ azione sacramentale ma anche la rivisitazione dell’annuncio della fede all’ interno di categorie di ragione e di chiara intelligenza, in un sistema che non annacqua il messaggio ma lo rende credibile alla ragione stessa e alle domande che la vita ci impone e ci propone.
C’ è l’ acqua santa nelle nostre chiese, il pane e il vino della Messa ma c’ è anche il Credo degli apostoli che è stata la prima dispensa di quella loro scuola che è giunta fino a noi attraverso la cattedra di Pietro e quella di Paolo e degli altri vescovi del mondo.
Sarà già importante se questo avvenimento aiuterà le comunità e i credenti a ritrovare e venerare quella cattedra, la cattedra della catechesi nella comunità e per la comunità. Soprattutto in riferimento a quella categoria di consenso che la Gmg sta mostrando al mondo. Questi giovani, non tutti in età adolescenziale, anzi molti sui venticinque – trent’ anni, che qualcuno ha descritto come un gregge di pecore che stanno nell’ ovile quasi per necessità o semplice occasione o valutati come tifosi di un Papa alla stregua del rito domenicale allo stadio, stanno sulla soglia del millennio con le loro domande di senso, con il desiderio di conoscere e di valutare per correre più liberi e responsabili nella città.
Sono pronti ad acconsentire con il sì della fede ma fede ragionata e illuminata. Né pecore né tifosi ma umanità responsabile e decisa a scegliere ciò che è vero ciò che è giusto e bello. Direi che in questa loro sapienza di fede sono più rinascimentali che medievali.