17 Agosto 2000
il Corriere della Sera
Roma – Frida lo guarda perplessa, prima di farsi il segno della croce. Inginocchiarsi davanti a don Erich, atletico prete tedesco, non le viene affatto spontaneo: cappelletto Nike in testa, occhiali da sole Web, niente tunica bianca, più che un severo ministro di Dio sembra un giovane qualsiasi. E allora la pellegrina germanica rompe indugi e protocolli, e siede sul gradino che fa di un inginocchiatoio un confessionale all’aria aperta. Si guardano, parlano, sorridono. Finché è lui ad alzarsi in piedi e lei a poggiare le ginocchia in terra: le impone le mani e la benedice.
C’è gioia e semplicità in questo Circo Massimo dove correvano le bighe e, duemila anni dopo, migliaia di giovani fanno la fila per confessarsi, per confidare ansie e paure e riscoprire l’orgoglio di sentirsi cristiani. Nella giornata dedicata all’esame di coscienza, si confessano senza alcun capriccio esteriore e davanti al sacerdote si presentano così come sono abituati ad essere: con la maglietta di Totti o di Rivaldo, con le braccia coperte di tatuaggi, in calzoncini corti e scollatura, con le treccine o gli orecchini. “Non siamo come ci immaginano – dice Silvia, fiorentina, 25 anni – Ci piace la notte e amiamo divertirci, esattamente come gli altri ragazzi. In più, cerchiamo di vivere da cristiani”.
Il loro pellegrinaggio passa anche di qui, attraverso un sacramento difficile e complesso. Restano per dieci minuti di fronte a un prete che non hanno mai visto “e questo – nota Filippo, 29 anni, di Modena – non aiuta ad aprirsi”. Ma la fede li costringe a guardarsi dentro, a cercare debolezze e fragilità. “Il peccato è un incidente di percorso: come si fa a ricominciare se non si sbaglia?”, Gabriella ha 23 anni, è di Biella. Dice che il prete che l’ha ascoltata è stato saggio: ”Non mi ha dato preghiere da recitare, ma azioni da compiere”. Dorme in un istituto religioso, è una delle poche fortunate ad avere un letto in una stanza. Gli altri passano la notte sul pavimento del corridoio. “Offrirò il mio posto a qualcun altro, in segno di amore per il prossimo. Non è una grande azione, ma un modo per riflettere sulla solidarietà”. La penitenza non è più un semplice recitare orazioni ma un utile fare in favore degli altri. Perché il mondo cattolico cambia e se i comandamenti restano sempre gli stessi, si modifica il senso del peccato. Il sesso, ad esempio. Ancora Gabriella: ”Deve scomparire questa sciocca idea che i giovani cattolici non abbiano una vita sessuale. Certo che l’abbiamo, ma fondata su valori alti”. E allora il sesso non si confessa? “Nessuno mi ha parlato di peccati ed erotismo – dice don Lorenzo, parroco di Castellaneta, provincia di Taranto -. Forse siamo anche noi a non insistere su questo argomento, ma nessun giovane delle decine che abbiamo ascoltato ha mai neppure accennato al sesso”.
Sono altri problemi che affannano l’animo dei ragazzi di oggi. A chiedere quale ritengono sia il peccato più grave, rispondono “l’indifferenza”, “l’egoismo”, “l’intolleranza”, “l’infedeltà”. Non mostrano molta sensibilità per quelli che la Chiesa aveva indicato come le “nuove colpe”: la disattenzione per l’ambiente o la furberia nel non pagare le tasse. “Ma questa è una generazione smarrita – (?) don Alberto Rubio, (?) – Sono abituati alla vita dolce, piena di comodità. Sono terrorizzati dall’idea di non riuscire a seguire la parola del Signore e ad (?) a sufficienza i genitori e, se genitori, a essere sufficientemente forti per crescere i figli.
Vorrebbero essere fortificati dal sacrificio e dalla disciplina. Aggiunge padre Alfredo Ferretti: ” Non è colpa dei ragazzi, ma è così; si sta perdendo il senso della verità nel parlare, nel vestire, nei comportamenti sociali. I giovani vivono come adulti, in un mondo di maschere in cui tutto è fiato, tutti recitano e non si sa più se comportamenti e sentimenti sono sinceri. Aprono un giornale o accendono la tv e leggono storie spesso inventate, prese di posizione enfatizzate, sentono applausi pilotati, esperienze magari vere ma raccontate a pagamento, e perdono il senso della sincerità. Così, nel gioco della finzione collettiva i ragazzi si vestono, parlano, si comportano senza essere se stessi”.
Chi emerge dallo smarrimento guarda alla Chiesa, e a questo Papa che la guida, perché li considera i soli in grado di offrire un progetto e una prospettiva autentici. E in milioni si ritrovano qui, in queste giornate romane di caldo africano, a fare a gara per aiutare chi ha bisogno. Da Rouen arriva una comitiva di pellegrini con gli zaini gialli e un ingorgo di sedie a rotelle. Sotto il sole, immobili sulle carrozzelle, i disabili soffrono: in segno di amicizia affettuosa o di concreta penitenza, come hanno suggerito i sacerdoti, li dissetano e li ungono con creme protettive. Non prima di averli accompagnati alla preparazione, una breve riflessione sull’incontro con Gesù con il giovane ricco che chiede come poter conquistare la vita eterna. “Segui i comandamenti” consiglia Gesù. “Lo faccio già” dice il ragazzo. E Gesù, si legge nel Vangelo, “fissatolo, lo amò”.
Si guardano e si amano i ragazzi, che si ritrovano in questa Valtur dell’anima dove si canta, si balla e si prega. Sono felici e si sentono fieri. E mentre il sole scende lentamente dietro la collina dell’Aventino e infiamma di rosso gli archi e le colonne del Palatino, sull’altare un centinaio di preti, dei duemila che hanno confessato i ragazzi, celebrano la Messa. “Siamo i nuovi martiri del terzo millennio – tuonano al microfono i sacerdoti -, martiri non nel sangue, ma nella forza della nostra testimonianza”. Cantano e ballano ancora, e si confessano fino a mezzanotte, illuminati dalla luna e rinfrescati dal Ponentino. “Mi ha colpito un ragazzo – si lascia andare don Ivo, dopo sei ore di ascolto -, mi ha detto “Padre, sono felice. Pensavo di essere l’unico pazzo a credere, a casa avevo paura perfino di farmi vedere mentre pregavo. Finalmente ho capito che non sono solo”. La forza di scegliere Gesù gli ha fatto trovare coraggio. L’ho benedetto e mi sono commosso”.